“Certe cose si fanno, non si dicono”, rispose Gino Bartali al figlio Andrea che gli chiedeva perché mai, per tantissimi anni, era stato zitto e non aveva raccontato i pericoli corsi per salvare la vita a centinaia di ebrei, di antifascisti, ma anche di soldati alleati e di partigiani. Gino aveva vinto due Tour de France, il primo nel 1938: quando al Parco dei Principi di Parigi si fiondarono i gerarchi fascisti per sfruttare propagandisticamente il trionfo assieme al campione italiano, non ringraziò il Duce per compiacerli, né si esibì nel saluto fascista, ma dedicò la vittoria ai tifosi francesi e italiani accorsi per festeggiarlo.

La vendetta non tardò, anzi, fu immediata. Quando rientrò in Italia, infatti, alla stazione di Firenze non c’era un cane ad accoglierlo, solo un pugno di amici. Mussolini in persona aveva deciso che dovesse essere ignorato. Ai giornali fu ordinato di non enfatizzare le vittorie ciclistiche del toscano, i velinisti dell’informazione di regime suggerirono di evitare “considerazioni inutili sulla sua vita privata”. Insomma, su di lui calò il sipario del fascismo. Ma non quello dei tifosi.

Bartali era il ciclista più amato e rispettato: per la sua tenacia, per la forza, per la capacità di soffrire e perché non si arrendeva mai, lottava fino in fondo. Era militante di Azione Cattolica e non fu mai fascista. Le autorità sospettavano addirittura che fosse un sovversivo, però era troppo popolare per essere bandito dallo sport di cui, comunque, restava una formidabile bandiera, da sventolare in faccia al mondo intero. Suo malgrado, era un simbolo dell’Italia trionfante e fascista.

Destino volle che Gino vincesse il Giro della Ricostruzione, pedalato tra le immense macerie materiali e morali del 1946. Emblematico premio, per tutto quello che era riuscito a fare: aveva evitato che ottocento persone finissero nei campi di sterminio, celando sotto il sellino e nel telaio della bici foto e documenti contraffatti. Eroe silenzioso, discreto. Eletto Giusto tra i Giusti delle Nazioni nel 2013. Proprio lo scorso maggio il Giro è partito da Israele, nel segno anche della sua memoria. Immenso in bici e nella vita. Il riconoscimento dello Yad Vashem esalta una vicenda umana esemplare: Il silenzio del Giusto, titolò Le Monde.

Quanti Bartali ci sono stati in quegli anni terribili? Non molti. So invece quanti sono gli atleti che persero la vita nei campi di sterminio o in fuga dal nazifascismo: 60mila, una cifra spaventosa. Lo attesta lo storico Sergio Giuntini (autore di Sport e Shoah, ed. Giuntinidi Firenze). Tra loro, ricorda, c’erano 220 campioni olimpici, mondiali e nazionali, stelle del calcio o del ring, detentori di record e di trofei internazionali. 

Anni fa conobbi Jean Bobet, fratello minore del grande Louison Bobet che vinse tre Tour e un campionato del mondo (oltre a un mucchio di classiche, dalla Parigi-Roubaix alla Milano-Sanremo) e fu fiero avversario di Bartali, Coppi e Magni. Pure Jean correva in bicicletta (vinse una Parigi-Nizza), ma la sua vera passione era il giornalismo. Divenne poi un valente scrittore.
Jean aveva appena pubblicato Le vélo à l’heure allemande (ed. La Table Ronde, 2007). La foto di copertina mostra i corridori di una Sei Giorni mentre volteggiano nel maledetto Vel d’Hiv, dove il 16 luglio del 1942 furono ammassati 8mila ebrei dalla polizia francese che aveva eseguito gli ordini delle SS. Quasi nessuno si salvò. 

L’immagine è significativa: sugli spalti del velodromo domina una gigantografia del Maresciallo Pétain, sotto un lungo striscione ammonisce: “Siate disciplinati il Maresciallo ve lo chiede”. Bobet mi spiegò che dal 3 settembre del 1939 (il giorno in cui fu dichiarata la guerra contro la Francia) al 25 agosto del 1944 (la liberazione di Parigi), il ciclismo venne utilizzato come arma di propaganda, per dimostrare che sotto l’occupazione nazista tutto continuava come prima. Era una bugia ma la strategia adottata era astuta: essendo la bicicletta diventata il mezzo di trasporto più diffuso (rimpiazzava le auto e i mezzi pubblici, “serviva anche per rifornirsi al mercato nero”), le gare al velodromo avrebbero attirato un sacco di gente.

Invero, mai si era pedalato così tanto, come durante la Seconda guerra mondiale. Soprattutto i corridori. Lontano dai conflitti e dalle sventure belliche, i “giganti” della strada si affrontavano nella Parigi-Roubaix, o nella Parigi-Tours e persino in una ersatz del Tour: se il giornale L’Auto, per spirito patriottico, aveva soppresso il Tour de France che organizzava, la France socialiste al contrario aveva prodotto nel 1942 un risicato “Circuito di Francia”, mentre i velodromi si moltiplicavano allo stesso ritmo delle corse organizzate dai giornali, più di 160. Tuttavia, la Storia pigliò il sopravvento. Come nel maggio del 1941, quando alcuni famosi corridori francesi che stavano disputando la “Freccia del Rodano”, finirono in gattabuia alla Santé per avere oltrepassato la linea di demarcazione fra zona libera e zona occupata senza il lasciapassare. Ciclismo e finzione. Che il 4 giugno del 1944 divenne ciclismo e funzione: i partigiani sequestrarono le bici e le auto al seguito del Tour de l’Haute-Vienne.

Per assonanza (Vienne-Vienna-Austria), mi è tornata in mente l’allucinante storia di un grande bomber del calcio europeo di quegli anni drammatici: parlo di Matthias Sindelar, moravo, fiero antifascista che aveva giocato nella mitica nazionale austriaca degli anni Trenta, il Wunderteam, la squadra delle meraviglie, una delle più forti del mondo, di cui Sindelar fu capitano. Era esile e armonioso nei movimenti, ma micidiale sotto porta. Lo chiamavano il Mozart del pallone. La sua avversione per il nazismo gli fu fatale. Dopo l’Anschluss, aveva rifiutato di giocare nella nazionale della Grande Germania (che comprendeva l’Austria). Un affronto.

Il 23 gennaio del 1939 lo trovarono senza vita nel suo appartamento, abbracciato alla compagna Camilla Castagnola, un’ebrea italiana. L’inchiesta fu archiviata in quattro e quattr’otto: avvelenamento di monossido di carbonio, fu la sentenza del referto autoptico, “accomodato” dagli inquirenti. Un incidente: i due furono seppelliti in fretta e furia. Ma pochi credettero a questa versione ufficiale. Circolarono altre versioni, chi parlò di suicidio, chi di vendetta nazista. Ci fu chi sostenne che Sindelar avesse qualche remota ascendenza ebraica e che dietro il mistero della sua morte ci poteva essere un regolamento dei conti. Il campione che non si era piegato a Hitler e che aveva sfidato le leggi razziali.

Il motivo scatenante? L’ultimo incontro con la maglia della nazionale austriaca, che fu anche l’ultimo incontro del Wunderteam: la disperata e orgogliosa Anschlusspiel, la “partita della riunificazione” che si disputò tra Austria e Germania allo stadio Prater di Vienna il 3 aprile 1938. L’addio del Wunderteam. Dopo di che, i migliori giocatori austriaci sarebbero dovuti passare nelle file della nazionale tedesca che sperava di conquistare, con questo trucco, il titolo mondiale del 1938.

Gli austriaci scesero in campo con una divisa inedita: al posto della tradizionale maglia bianca coi calzoncini neri, indossarono una maglia rossa e i pantaloncini bianchi. I colori cioè della bandiera austriaca. Fu una partita all’ultimo respiro. Risolta proprio da Sindelar, il capitano, che siglò il gol dell’1 a 0 al 70esimo minuto. Sull’onda dell’entusiasmo, il Wunderteam sbaragliò i tedeschi raddoppiando con Karl Sesta, amico di Sindelar e pure lui antinazista. Alla fine del match, secondo il protocollo imposto dagli organizzatori, i calciatori dovevano salutare le autorità naziste che erano in tribuna. Tutti i calciatori, compresi gli austriaci, fecero il saluto nazista.

La guerra, ormai, incombeva. Il seme della Soluzione finale sarebbe germogliato di lì a poco. Un giorno, incontrando Michael Schwarz, presidente dell’Austria Vienna rimosso dalla carica perché ebreo, Sindelar gli disse: “Il nuovo Führer dell’Austria Vienna ci ha proibito di salutarla, ma io vorrò sempre dirle buongiorno ogni volta che avrò la fortuna d’incontrarla”.

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