Il 21 dicembre 1968 moriva nella sua Torino Vittorio Pozzo, il commissario tecnico più vincente della storia della Nazionale italiana. Figlia di un’età oscura del nostro Paese, il Ventennio fascista, la sua figura si spegneva lontana dai fasti dell’Olimpiade e dei due Mondiali vinti negli anni Trenta. Un ricordo tanto ingombrante da dover essere dimenticato e rinnegato tutt’ora. Condannato all’oblio nonostante, con il passare degli anni, si siano moltiplicate le fonti che indicano un ct schierato al fianco del Comitato di liberazione nazionale già nel 1943. Dall’altra parte, però, ci sono anche quel doppio saluto romano imposto ai suoi giocatori a Marsiglia, nel 1938, e quella panchina occupata durante il regime. Successi che, giocoforza, contribuirono alla propaganda fascista e al culto della personalità di Benito Mussolini. Moriva cinquanta anni fa Pozzo, l’allenatore che vinse tutto nel periodo sbagliato.

Un uomo da dimenticare – Bisogna partire dalla fine. Dall’estate del 1948, quando il tecnico piemontese consegna le proprie dimissioni dalla panchina su cui siede da 6927 giorni (primato superato più tardi da Enzo Bearzot). Sessantacinque vittorie, diciassette pareggi e quindici sconfitte, queste le statistiche di Pozzo alla guida degli Azzurri. Ufficialmente a giustificarne l’addio sono un’idea di calcio ormai stantia e l’ennesima, pesante sconfitta al cospetto dei maestri inglesi. La realtà, tuttavia, resta più complessa. Con il presidente Luigi Einaudi impegnato a ricostruire una democrazia soffocata da vent’anni di regime, insieme ai busti del Duce devono infatti sparire anche quei volti che hanno contribuito a dare lustro al fascismo. Dirottato dietro a una scrivania, l’ex ct si adopera come consigliere tecnico della Figc e collabora alla creazione del Centro di Coverciano. Fino al 1958, quando per Vittorio Pozzo comincia una vera e propria damnatio memoriae. Escluso dalle istituzioni e dai salotti calcistici, è accusato di aver preso parte alla Repubblica di Salò. Un racconto smentito da documenti che, al contrario, recano traccia della sua collaborazione con il Cln fin dal settembre 1943. Un’onta per un professionista che non ha mai neppure preso la tessera del partito. Un chiacchiericcio che ha saputo però sopravvivere all’uomo, resistendo sino a oggi.

Il più vincente di tutti – L’ultima apparizione di Pozzo in tv risale al 1965. A ospitarlo è il programma La fiera dei sogni, trasmesso in prima serata sul Secondo Canale (oggi Rai 2). Si tratta di un quiz e a condurlo è Mike Bongiorno, che interroga l’ex allenatore: “Nella partita Germania-Italia del 26 novembre 1939 lei schierò sette giocatori della stessa squadra. Mi dica i nomi”. La memoria vacilla finché un gong non interviene restituendo ai telespettatori solo l’imbarazzo dell’ormai anziano Vittorio. Eppure prima c’è stata la gloria. Nato a Torino il 2 marzo 1886, il futuro commissario tecnico cresce tra la lana del Biellese. Va a studiare in Inghilterra, incontra il football e se ne innamora. Ci gioca, persino, con la maglia del Grasshoppers e con quella del Torino, che contribuisce a fondare. Parla cinque lingue e partecipa alla Prima guerra mondiale indossando i gradi di tenente del 3° Reggimento Alpini. L’adesione a quel corpo militare è totale, al punto da trasferire sulla panchina i valori appresi in trincea. Lavoro, onestà e rigore. Questi i dogmi che impone a una squadra che negli anni Trenta domina. Nel 1934 vince il suo primo Mondiale, una Coppa Rimet conquistata in casa, a Roma, e su cui aleggia il sospetto di una spinta offerta dagli organizzatori. Aiuti esterni a parte, tuttavia, la formazione è fortissima: Angelo Schiavo, Raimundo Orsi, Giovanni Ferrari, Giuseppe Meazza, giocatori entrati nel mito e colti all’apice della propria carriera. Due anni più tardi si guadagna la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino e nel 1938 il quadro è completato dal secondo Mondiale, conquistato questa volta a Parigi, superando in finale l’Ungheria grazie alle doppiette di Gino Colaussi e Silvio Piola.

Un’offesa mai dimenticata – È proprio quel Campionato del Mondo, tuttavia, a offrire ai detrattori del commissario tecnico il miglior assist possibile. In occasione della partita inaugurale, infatti, Pozzo fa ripetere ai suoi ragazzi il saluto romano per ben due volte. Nelle intenzioni dell’allenatore italiano quel gesto vuole essere un modo per rispondere ai fischi che arrivano dalle tribune. Lì, infatti, siedono numerosi antifascisti costretti ad abbandonare l’Italia dalle imposizioni totalitarie di Mussolini. Secondo quanto dichiarato più tardi dallo stesso Pozzo, occorreva chiarire di non essere intimiditi dall’ambiente ostile, senza per questo voler dimostrare affinità particolari con il Partito nazionale fascista. Ad avvalorare la tesi di un allenatore distante dalle linee del Partito sono poi i giornalisti Giorgio Bocca e Gian Paolo Ormezzano. Per il primo “il commissario unico era un ufficiale degli alpini e un fascista di regime. Vale a dire uno che apprezzava i treni in orario ma non sopportava gli squadrismi, che rendeva omaggio al monumento degli alpini ma non ai sacrari fascisti”. Ormezzano aggiunge invece che Pozzo non fu né fascista né apertamente antifascista. E che proprio per questo riuscì tenere la nazionale lontana da un regime che voleva invece trasformarla in uno strumento di propaganda.

La preghiera di Superga – Fiero sostenitore del metodo – concetto di gioco sviluppato attorno a una sorta di 2-3-2-3 (o WW) capace di creare superiorità numerica lungo la mediana, proteggendo i difensori e velocizzando le ripartenze -, Pozzo è aspramente criticato per l’impiego di oriundi. Un biasimo al quale risponde che persino l’esercito di Vittorio Emanuele III li recluta. E “se possono morire per l’Italia, possono anche giocare per l’Italia”. Non percepisce alcuna retribuzione per il suo ruolo da ct. Uniche fonti di sostentamento, infatti, sono il lavoro alla Pirelli di Milano e la collaborazione giornalistica con La Stampa. Oltre l’azzurro, però, ribolle anche la sua passione per il granata del Toro. Un amore che nel 1949 è dilaniato dal dolore più grande. In un tardo pomeriggio di maggio, tra lamiere e nebbia, è il suo passo infatti quello che si arrampica sul colle di Superga. Una mano sulle spalle, quella dell’attaccante bianconero John Hansen, gli sussurra “Your boys“. “I tuoi ragazzi”. Il Grande Torino è sparito per sempre. Di Valentino Mazzola ed Ezio Loik non restano altro che le spoglie. E proprio lui, che due anni prima li aveva schierati in campo per dieci undicesimi contro l’Ungheria, è chiamato ora a riconoscerne i cadaveri.

In occasione dei Mondiali di Italia ’90 fu avanzata la proposta di intitolargli l’allora nascente impianto di Torino. Dopo un lungo dibattito, si preferì però evitare, battezzandolo invece Delle Alpi. Ancora oggi nessuno fra i principali stadi d’Italia porta il nome di una tra le figure di maggior rilievo del nostro sport. Solo quest’anno la Federazione ha provato a rimediare dedicando alla memoria del ct un campo a Coverciano.

Twitter: @Ocram_Palomo