L’ipocrisia spinse il sedicente centrosinistra – per illudersi di salvare i suoi poveri resti alle elezioni – a dare carta bianca al ministro dell’Interno Marco Minniti, un ex comunista, perché attraverso le tribù della Libia facesse calare gli sbarchi. Così si coprì gli occhi davanti al prezzo da pagare: i campi di concentramento in Libia. Stupisce poco che lo stesso prezzo venga pagato oggi che al governo c’è chi ha fatto dell’immigrazione la propria dose di steroidi (la Lega che da federalista si è deformata in nazionalista) e chi si illude di seguirne la scia, il Movimento Cinque Stelle, in vari casi emulo un po’ triste del leghismo fino alla propaganda spicciola, dalla divisa della polizia penitenziaria del ministro guardasigilli ai post su Instagram con cibo o cantante preferito del ministro del Lavoro.

Sorprende di più, invece, che sia rimasta anche l’ipocrisia – anomala per due partiti che recitano la parte di chi dice sempre pane al pane e vino al vino – con l’iniezione di un ingrediente aggiuntivo, il cinismo. Poche ore dopo la morte nel mare di gennaio di 117 persone il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha spiegato che è colpa del ritorno in mare delle ong (un falso), mentre i vertici dei Cinquestelle – più raffinati – hanno tirato fuori da qualche soffitta, un vecchio arnese – i postumi del colonialismo – brandito per distrarre la platea. Il franco africano, di cui quasi nessuno aveva sentito parlare finora, tutto un botto è diventato il disco della settimana.

Non c’è bisogno di precisare che è vero che la Francia ha un’influenza da garante-padrone su molti Paesi africani, che Parigi abbia in molti casi un potere neocolonialista. A sinistra lo dicono da cinquant’anni, sai la novità. Dov’è l’acqua calda scoperta dal vicepremier Di Maio e dal leader-non leader Di Battista? Il punto non è solo che non può essere tutta colpa di Macron se in Africa ci sono le guerre, i dittatori e la fame, come spiega l’inchiesta pubblicata su FqMillennium. E il punto non è nemmeno che le migrazioni ci sono solo a causa del neocolonialismo perché altrimenti non si capirebbe perché ci sono centinaia di migliaia di statunitensi e sudamericani con il cognome italiano. E sorvoliamo anche sul fatto che qualcuno può obiettare – a torto o a ragione – che se si comincia con gli abusi veri o presunti sull’Africa si può arrivare al dato che molti migranti arrivano dall’Eritrea colonia italiana fino a meno di ottant’anni fa o che l’Eni non si trova in vari Paesi del continente per cogliere margherite.

Ma l’argomento un po’ subdolo (cinico, appunto) è che, poche ore dopo la morte di 117 migranti non salvati né dai libici inetti o criminali né dalle ong cacciate via, si introduce la discussione di un fenomeno vero – il colonialismo, il neocolonialismo, le aree d’influenza – ma che non si potrà mai affrontare e men che meno risolvere dall’oggi al domani, né con un’agenzia di stampa né con un’intervista nello show di prima serata di Rai1. I morti in mare, a centinaia, e le torture in Libia ci sono oggi, ma la soluzione avanzata si potrà risolvere forse tra cinquant’anni, cento, chissà. Si scopre oggi il franco africano, dopo che finora il governo ha parlato di tutt’altro: di regole, principalmente, di bandiere battenti, di salvataggi affidati alla guardia costiera libica, espressioni ridicole se non fossero tragiche perché la guardia costiera libica non è una guardia costiera, perché gli interventi dei libici in molti casi sono tra il rozzo e il raffazzonato, con corpi lasciati in mare – forse in vita, forse no –, e perché i salvataggi non sono salvataggi se poi i migranti vengono riportati nei campi di concentramento, dove gli uomini vengono torturati e le donne violentate.

E’ stato un colpo di genio, ad ogni modo: tutti hanno cominciato a parlare di questo franco Cfa – tutti più o meno impreparati, tutti più o meno per sentito dire, grandi liti sui giornali e in tv, sui social, forse è vero e forse no – e si è smesso di parlare dei morti, 117, anche bambini. La riprova che le novelle raccontate finora sono buone solo per addormentarsi un po’ meglio la sera. Avevano detto: rendiamo più difficili i salvataggi in mare, lasciamo le navi fuori dai porti, mandiamo le barcarole a viaggiare per giorni e giorni verso i porti spagnoli e così piegheremo gli scafisti, i disperati smetteranno di essere disposti ad attraversare il Mediterraneo. Così, avevano detto, smetteranno anche di morire. E l’Europa ci ascolterà, dovrà ascoltarci. Era questo il senso delle crisi dell’Aquarius, della Nave Diciotti o da ultimo della Sea Watch, no? I trafficanti invece hanno continuano a incassare dai disperati. I disperati hanno continuano ad essere disperati disposti a morire, soprattutto se costretti a scappare dai lager della Libia. E l’Europa ci tratta come prima, perché l’autorevolezza non si acquisisce con la politica del dispetto infantile.

Uno, qui, potrebbe ragionare su dove vada a finire la missione di chi vuole cambiare le cose se se ne fotte di decine di morti in mare, di che qualità di legno sia fatta la sola ricerca di alibi quando si tratta di pietà umana. Ma non è l’alfabeto con cui parla questo governo, che per commentare una strage cambia argomento.

La politica è sangue e merda, diceva chi se ne intendeva. La collezione di nemici comodi da additare come lo è il presidente della Repubblica francese può estendersi in modo considerevole, la giostra di responsabilità altrui da condannare, capri espiatori da esibire o sfortune da maledire può girare anche molto a lungo, finanche a credere che Lannutti abbia davvero sbagliato a linkare un pezzo per distrazione. Ma il ricordo, se è lucido, può suggerire che è proprio su questo – nemici comodi, alibi, presunte sfortune – che è iniziata la disfatta dei predecessori.

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