Non ti regalo il pesce, ma ti insegno come si costruisce una canna da pesca. E ti spiego come si usa. È il mantra di chi non vuole solo lavarsi la coscienza sfamando l’Africa. Ma impegnarsi a trasformarla. E se, però, non ci sono più pesci? Se gli africani imparano a costruirsi la canna, ma impigliato all’amo non resta nulla? È quello che accade, ad esempio, in Senegal, dove negli ultimi 10 anni le coste si sono svuotate. Hanno visto prosciugarsi dell’80% la quantità di pescato. Il milione e mezzo di senegalesi che vivono in mare tornano ogni sera con le barche più vuote, perché pescherecci europei, russi, cinesi fanno incetta di tutto il pesce al largo. Una situazione che sta impoverendo le famiglie, spingendo soprattutto i giovani a tentare la traversata del Mediterraneo.

Quasi 10 mila km più a sud di Dakar c’è lo Zimbabwe. Per 37 anni è stato un Paese governato dal regime dispotico di Robert Mugabe. La violazione sistematica dei diritti umani e la mancanza di democrazia e di libertà avevano spinto Usa ed Europa a imporre al Paese sanzioni economiche. Hanno funzionato? Il commercio di diamanti – l’ex Rhodesia è il quinto produttore al mondo – ha continuato a prosperare in assenza di reali controlli sul commercio internazionale di gemme. Le quali sono finite (e finiscono) – attraverso un complicato incrocio di società off shore di Dubai, India, Sudafrica e Olanda – sui mercati occidentali, nei tradizionali canali di commercio legale dei gioielli.

Il doppiogiochismo occidentale si rivela anche nella Repubblica democratica del Congo, nella quale si stima vi siano riserve minerarie non sfruttate che varrebbero una cifra astronomica: 24 trilioni di dollari. Il Paese conserva anche la seconda più grande foresta pluviale al mondo. E intere aree sono devastate dal disboscamento. In un rapporto, dal titolo Fallimento totale del sistema, l’organizzazione Global Witness punta il dito contro una compagnia europea, la Norsudtimber, che opera illegalmente sul 90% delle sue concessioni nello Stato africano. Compagnia – con base in un paradiso fiscale, il Liechtenstein – che ha ottenuto concessioni forestali su 40 mila km². Nel 2017 gestiva, da sola, quasi il 60% del mercato del legname internazionale congolese.