Un compleanno da tripla, aperto cioè a qualsiasi risultato, con possibile sorpresone finale. Il primo giugno 2019, che cade di sabato, il governo gialloverde o grilloleghista oppure ancora sovran-populista di Giuseppe Conte compirà il suo primo anno di vita e l’eventuale festa dipenderà da ciò che accadrà nella domenica precedente, quella del 26 maggio.

L’Evento, con la maiuscola, del 2019 sarà infatti il voto europeo per rinnovare il Parlamento di Strasburgo. Un test non solo italiano e che potrebbe rappresentare una svolta storica per il Vecchio Continente, in termini di establishment ed élite riformiste e moderate. Al netto dell’agenda della maggioranza gialloverde nei prossimi sei mesi, i due vicepremier nonché ministri e capi politici del contratto di governo tra Movimento 5 Stelle e Lega (per il momento ancora in questo ordine, prima i pentastellati, indi i salviniani) stanno pianificando la loro campagna elettorale, che già registra importanti novità. Ergo, da qui alla prossima primavera, avremo i due partiti di maggioranza nel doppio ruolo di lotta e di governo, con varie certezze e tante incognite.

1. Il Movimento versione Di Maio nonostante il primato elettorale del 4 marzo scorso sconta, secondo l’unanimità dei sondaggi condotti sinora, il cosiddetto effetto underdog, l’effetto cane bastonato, come lo chiamano gli esperti di campagna elettorale. Parte cioè in posizione perdente e deve rincorrere l’incredibile lepre della Lega nazionalista, in realtà un partito qualunquista e pigliatutto, del Capitano Matteo Salvini, che in sei mesi ha mangiato consensi ovunque ed è passata dal 17% al 30-32%, quasi il doppio. A loro volta i Cinquestelle sono passati dal 32% al 26% nei sondaggi. L’ordine di partenza è quindi diverso dai risultati delle ultime elezioni politiche: prima la Lega, indi i pentastellati.

Quale sarà la strategia di recupero del vicepremier Di Maio di lotta e di governo, perdipiù consapevole di giocarsi una buona fetta della sua parabola politica? Per quanto riguarda la formazione si tratterà di un attacco a due punte: lo stesso Di Maio e il redivivo Alessandro Di Battista, autoesiliatosi per lunghi mesi dall’altra parte dell’oceano. Il ritorno di Di Battista dovrebbe peraltro compensare l’assenza di quello che al momento sembra essere l’unico politico di area pentastellata in grado di competere con Salvini, per gradimento e popolarità: Giuseppe Conte. Nella tradizionale conferenza stampa di fine anno a Palazzo Chigi, il premier ha infatti già annunciato che non parteciperà alla campagna elettorale: una scelta che conferma la sua vocazione “terza” e mediatrice rispetto ai due capi politici della maggioranza, senza dimenticare la sua vicinanza al cosiddetto partito del Colle, in pratica i ministri Tria e Moavero Milanesi.

In ogni caso il momento clou della campagna elettorale, per Di Maio e gli altri ministri grillini, sarà il 27 aprile. Una data da cerchiare col rosso sul calendario: quel giorno sarà dispensato il primo reddito di cittadinanza e l’effetto moltiplicatore sulle urne è la speranza maggiore per il Movimento. Tenuto conto che nel frattempo l’agenda di governo avrà sparso altri motivi di tensione con l’alleato-contraente: le autonomie, la legittima difesa, l’acqua pubblica, la riforma della prescrizione. Meno invasivo dovrebbe essere invece l’impatto del nodo Tav: ormai è chiara la tattica dilatoria fino al 26 maggio per non decidere nulla. Anche per questo, scavallata la manovra finanziaria entro il 31 dicembre scorso, la tenuta dell’esecutivo non dovrebbe subire scossoni tali da determinare una crisi. Ma dopo le urne europee c’è la tripla, appunto. Uno, ics, due. In un modo o nell’altro i risultati segneranno un nuovo equilibrio.

2. Il 2019 sarà l’anno dell’eurosovranismo di Matteo Salvini. A differenza dei Cinquestelle, che in proiezione europea giocano per una posizione da outsider (ancora senza collocazione), la Lega punta molto sul voto del 26 maggio, sia in chiave domestica, sia per ribaltare la governance della Commissione Ue. L’ondata nera dei sovranisti non avrà però i numeri per fare da sola e quindi il leader leghista è già al lavoro per formare una maggioranza di destra coi moderati del Ppe, che al loro interno vantano gli amici ungheresi e austriaci del Capitano: rispettivamente Viktor Orban e Sebastian Kurz.

L’obiettivo salviniano è duplice: competere per la guida della Commissione (in prima persona, per quanto difficile) e piazzare un suo uomo all’Agricoltura. Il designato è l’omofobo Lorenzo Fontana, ministro per la Famiglia, ma c’è la variabile Luca Zaia. Il governatore del Veneto è portavoce del cosiddetto Partito del Pil o degli Affari che al Nord ha numerosi mal di pancia per i cavalli di battaglia del Movimento: il reddito di cittadinanza e il no alle opere pubbliche mangiasoldi, in primis il Tav. A Roma, il riferimento di Zaia è il dolente Giancarlo Giorgetti, sottosegretario a Palazzo Chigi e di fatto il numero due della Lega. In più d’una occasione Giorgetti ha esternato i suoi dubbi sulla tenuta del contratto di governo, ma è impossibile immaginare una linea diversa presa contro la leadership carismatica di Salvini. Tutto passa per un nuovo compromesso interno che sarà determinato dalle dimensione della prevista vittoria alle Europee.

Con un risultato dal 30% in su sarà però sempre Salvini ad avere in mano il pallino. Questo vale soprattutto per l’alleato Di Maio. Sinora il Capitano ha basato le sue fortune sul potere di ricatto dei due forni. Da una parte il M5s, dall’altra il centrodestra. Ma il rapporto con Silvio Berlusconi è sempre più sfilacciato (si veda il fallimento dell’operazione “Scoiattolo” per reclutare responsabili di provenienza grillina e riportare Forza Italia al governo) e Salvini sarebbe tentato addirittura di andare da solo alle prossime Politiche. Insomma, vuole archiviare per sempre il berlusconismo. Questo però riduce a un’opzione obbligata il dopo-Europee: continuare con il M5s magari con un sostanzioso rimpasto. Sempre che il leader leghista non faccia saltare il banco e decida di andare al voto anticipato – Mattarella permettendo – per cominciare la scalata a Palazzo Chigi, suo obiettivo principale.

3. Queste dunque certezze e incognite dei prossimi mesi, in attesa delle urne del 26 maggio. Al di fuori della maggioranza, nel deserto dell’opposizione l’unica novità potrebbe arrivare dal congresso del Pd, con le primarie a inizio marzo. Al momento, la discussione interna dei democratici è ripiegata su tatticismi e posizionamenti della classe dirigente per fuoriuscire dal renzismo, compreso quel Nicola Zingaretti considerato l’unico candidato in grado di aprire da segretario una fase nuova con il M5s. Ma in quel campo le dinamiche sono destinare a subire altre evoluzioni e mutazioni e Zingaretti segretario potrebbe ridare agibilità al suo partito in caso di crisi dopo le Europee. In che modo è tutto da vedere.