È arrivato a nove giorni lo stallo dei negoziati per uscire dallo “shutdown” scattato il 22 dicembre dopo il fallimento dell’ultimo tentativo di negoziato tra il Congresso e l’amministrazione di Donald Trump sulla richiesta di fondi per la costruzione del muro al confine con il Messico. Richiesta a cui i democratici hanno fatto ferma opposizione. E il blocco parziale delle attività amministrative – il terzo durante il mandato del tycoon – potrebbe andare avanti ancora per molto, come riferisce la Cnn, riportando una dichiarazione del presidente nel giorno di Natale: “Non so quando il governo riaprirà. Ma posso dirvi che non riaprirà fino a quando non avremo un muro”. Un punto questo su cui Trump non intende mollare, sostenendo come il muro sia indispensabile per “fermare i trafficanti di droga e di esseri umani e i criminali delle gang”. “Io sono alla Casa Bianca – ha dichiarato il presidente su Twitter – in attesa che i democratici vengano e facciano un accordo sulla sicurezza dei confini”.

Il braccio di ferro tra presidente e democratici sta ricadendo sulle molte agenzie governative rimaste a secco di fondi, compromettendo nell’arco della settimana il lavoro di circa il 25% dell’amministrazione. Sono infatti circa 350mila i lavoratori a cui finora è stato comunicato di non presentarsi al lavoro fino ad ulteriori avvisi. Inoltre 800mila dei 2,1 milioni di impiegati federali sono senza paga. L’ultimo dipartimento a chiudere sarà l’Epa, l’agenzia federale per la protezione ambientale, che ha già avvisato il proprio personale che da lunedì 31 dicembre gli uffici saranno chiusi. Ma ad essere particolarmente colpite sono le agenzie scientifiche che si occupano di ricerca, con gravi ripercussioni anche sul settore privato. Come sottolineano molti osservatori, questo “shutdown” rischia di diventare il più lungo e grave della storia americana.

Il presidente è tornato anche a minacciare la totale chiusura del confine sud e il taglio di tutti gli aiuti ai paesi centroamericani da cui arrivano le carovane di immigrati: Ecuador, El Salvador e Guatemala. I democratici invece, forti del risultato delle elezioni di metà mandato dello scorso novembre, aspettano l’insediamento del nuovo Congresso, dove avranno di nuovo la maggioranza alla Camera, con la possibilità di far saltare definitivamente la promessa simbolo della campagna elettorale di Trump.

“Spetta a loro” ha ribadito, riferendosi ai democratici, la consigliera dell’inquilino della Casa Bianca, Kellyanne Conway, spiegando come Trump sia già sceso ad un compromesso riducendo la sua richiesta per il muro al confine col Messico da 25 a 5 miliardi di dollari e poi a 2,5 miliardi di dollari. Una situazione che potrebbe continuare anche oltre l’insediamento del nuovo Congresso come ha ipotizzato Mick Mulvaney, attuale responsabile dell’ufficio del bilancio dall’amministrazione Usa. Durante un’intervista a Fox Mulvaney ha anche precisato che il Messico “parteciperà alla nostra sicurezza al confine”. Una dichiarazione che rappresenta un passo indietro rispetto a quanto sempre affermato da Trump, secondo cui sarebbe stato lo stato messicano ad accollarsi il finanziamento del muro: “Il Dipartimento per la sicurezza nazionale non può spendere soldi del Messico. Dobbiamo riceverli dal Tesoro americano“. Parlando con i giornalisti, il senatore repubblicano Graham, considerato uno stretto alleato del tycoon, ha invece auspicato che i dem arrivino ad un compromesso sui fondi, ricordando che in passato votarono a favore della costruzione di alcune barriere al confine sud: “Non c’è niente di immorale in un muro alla frontiera”.