La mania delle luci, delle feste al neon, delle città colorate artificialmente i francesi ce l’hanno da sempre. Spettacoli di son e lumières dappertutto, cattedrali e palazzi “dipinti”, per fortuna in modo effimero, ovunque. La tour Eiffel da tempo è praticamente una tavolozza su cui scorrazza la fantasia dei nuovi moderni peintres. L’hanno perfino esportata, la moda. Tanto da “contagiare” il resto del mondo. Perfino le piramidi d’Egitto vengono puntualmente dissacrate da sciabolate di colori. E poi Amsterdam, Singapore. Roma, naturalmente. E non so se i palazzi colorati di Ginza (Tokyo, Giappone) siano un’altra conseguenza. Monumenti e chiese si colorano anche da noi, persino nelle province più remote. Il Magic light festival di Como, per esempio, le Luci d’artista di Salerno, il Light musical show di Bressanone. A Brescia illuminano il colle cittadino, che si chiama Cidneo, chiamando lo spettacolo “Cidneon” visto che  sono i neon a farla da padrone. La leggenda dice che fu nel 1852 un piccolo fatto a innescare questa voglia di colori. Proprio qui a Lione, Francia, regione Auvergne-Rhône-Alpes.

Si racconta che doveva esserci l’inaugurazione di una statua della Madonna. Esattamente il giorno non si sa. Ma pioveva. Così la festa fu annullata. Ma i lionesi in segno di devozione, misero delle candele dentro a vetri colorati, i lumignons, sui davanzali delle loro finestre e la città si era spettacolarmente illuminata. A quel tempo, città buie senza illuminazione, bastavano le candele in effetti. Più di un secolo dopo il Comune decide di ampliare questa tradizione con alcune installazioni luminose su diversi edifici e monumenti della città, curate da artisti dell’illuminazione per lo spettacolo. I nuovi artisti che usano il neon invece dei pennelli. Così ogni anno per tre, quattro giorni Lione si illumina, anzi diventa la capitale delle luci. Sapete come sono i francesi, nel loro piccolo si sentono grandi. A Lione piace da sempre essere in primo piano.

Neanche a torto, à vrai dire.Capitale delle Tre Gallie ai tempi dell’Impero Romano, capitale della stampa nel Rinascimento, capitale europea della seta nell’Ottocento, capitale del cinema (l’hanno inventato qui, i fratelli Lumière), capitale gastronomica della Francia e con un centro storico indicato dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità. Inoltre città dei murales più grandi e forse più belli del mondo e città delle luci. Ma qui se la gioca con Berlino. 

La Fête des Lumières. festa delle luci, attira ogni anno oltre due milioni di visitatori in soli tre giorni. Sarà pure la terza città di Francia, dopo Parigi e Marsiglia, la seconda considerando l’area metropolitana, ma ha poco più di mezzo milione di abitanti. Due milioni di avventizi in più calati come cavallette, pacifiche certo, in massa rappresentano un bel problema da gestire, transenne dappertutto per convogliare la fiumana di gente, controlli serrati ovunque. Ma significa anche che la Festa delle luci è davvero straordinaria. Già per conto suo la città sorge in un angolo di Francia scenograficamente magnifico, alla confluenza del Rodano e della Saona. Poi si aggiunge un centro storico affascinante (Vieux-LyonFourvièreSaint Jean) e una parte moderna di pregio sulla penisola tra i due fiumi. Se poi ci si mettono anche le luci. Si ripete ogni anno, dalle parti di Natale. In questo 2018 tra il 6 e il 9 dicembre, l’anno prossimo lo decideranno. (Consultare il sito ufficiale e prenotare per tempo se ci si  vuole aggiungere ai due milioni già preventivati di visitatori: www.fetesdeslumieres.lyon.fr). 

Per tre giorni per le vie della città, nelle piazze e sulle facciate dei palazzi più di 200 luoghi sono stati colorati dalle luci proiettate e da installazioni luminose. Oltre che lungo le rive e i ponti del Rodano, anche all’interno dei traboules (i tipici passaggi pedonali che attraversano corti private degli edifici del centro storico), sulla collina di Fourvière, al Teatro dei Celestini, al Parco della Tete d’Or e in tanti altri angoli. Un gigantesco albero di Natale orizzontale, insomma.

La cattedrale, i palazzi sono diventate le tele dei nuovi artisti. Una gigantesca ruota è stata piazzata nella piazza Bellecou anche lei per essere usata come supporto da illuminare. Un secolo e mezzo, e passa, da quel 1852 e dalle tenere lampadine e le tecniche di oggi consentono davvero di creare disegni, figure, animazioni spettacolari. E quando di giorno le luci muoiono ci sono i murales a dare spettacolo.

Oltre 100 muri dipinti in tutta la città dall’idea, ormai diffusa, di far vivere l’arte anche fuori dai musei. Il più famoso e il primo murale lionese, dipinto una trentina di anni fa, è il Mur des Canuts: 1200 metri quadri, il più grande d’Europa, pare. Realizzato nel 1987, è stato ritoccato nel 1997, nel 2002 e nel 2013 per tenere il passo con i cambiamenti avvenuti alla Croix-Rousse nel corso degli anni. La Croix-Rousse è il quartiere dell’industria della seta e i canuts. Erano i lavoratori della seta. C’è un museo che racconta la loro storia e una serie di edifici storici a fare da testimonianza. Opifici, magazzini. Poi i 25 murales che decorano le facciate delle case popolari del quartiere di Etat-Unis e che fanno parte del Museo Urbano Tony Garnier. (Consultare i siti www.trompe-l-oeil.info e cite-creation.com; esiste perfino un’app per iPhone “Les murs peints de Lyon”).

Non resta che spiegare perché sia considerata la capitale francese della gastronomia. La tradizione culinaria aveva preso il via tra il XIX e il XX secolo con le cosiddette mères lyonnaises, le mamme lionesi. In quel periodo le famiglie borghesi iniziarono a non potersi più permettere la servitù di un tempo e così numerose cuoche andarono a lavorare nei ristoranti e taverne o ne aprirono di proprie, offrendo una cucina casalinga semplice e a prezzi bassi. Cucina che ancora oggi si può gustare nei bouchons, le osterie tradizionali di Lione, in cui l’atmosfera è rimasta come ai tempi dei canuts, con tavolate con le panche al posto delle sedie e tovaglie a quadri. Poi comparve Paul Bocuse, classe 1927, chef innovativo, geniale e dissacratore dando vita a un nuovo spettacolare modo di intendere la cucina. Per 50 anni il suo ristorante ha avuto 3 stelle Michelin. E’ morto nel gennaio 2018, ma ha lasciato un’eredità indissolubile. I ristoranti di Lione sono oltre 2000 (fonte. il Gambero Rosso che precisa “con il più alto rapporto ristoranti per abitanti di tutta la Francia”), addirittura 20 sono stellati Michelin e la scuola del mitico Bocuse continua a produrre chef prestigiosi.

Per godersela la gastronomia lionese si devono seguire alcune indicazioni. Ogni zona ha una o più vie in cui si concentra la maggior parte dei ristoranti e delle brasserie. A Terreaux intorno a Rue de l’arbre Sec, a Cordeliers lungo la storica Rue Mercière, a Bellecour in Rue des Marroniers e a Perrache intorno a Rue des Remparts d’Ainay. Nel Vieux Lyon, invece, basta camminare per le vie principali per avere l’imbarazzo della scelta. Ed è qui che si deve alloggiare, per poi perlustrare la città a piedi. O usando le 130 linee di autobus, le 4 linee di metrò, le 5 linee di tram, le 2 funicolari e una fitta rete di piste ciclabili. Un’altra benefica mania dei lionesi: andare in bici, giovani, vecchi in tutte le stagioni magari di strappare il ruolo di capitale delle due ruote ad Amsterdam, giusto per amore dei record. Sapete, la grandeur francese.

Come arrivarci a Lione? Rapidamente: in aereo. L’aeroporto internazionale di Saint Exupéry si trova a 28 km dal centro per arrivarci con i bus della Satobus ci vogliono 50 minuti. Con più relax: in treno. Da Milano e Torino partono regolarmente treni per Parigi che fermano sempre a Lione. Il treno Artesia per esempio con 3 corse giornaliere andata e ritorno. Un viaggio piacevole co mezza Francia che scorre fuori dal finestrino. E si arriva direttamente in città. Faticosamente:in auto. Sono 450 chilometri da Milano e ci vogliono almeno 5 o 6 ore se si viaggia noiosamente sempre in autostrada (a parte l’ultimo tratto su statali all’uscita del Frejus). Ma può essere un viaggio piacevole se si prevede una tappa intermedia e si evita ogni tanto l’autostrada.