Tangenti (…) concordate nella misura di circa il 3% delle commesse aggiudicate a Saipem” in Algeria del valore di 8 miliardi di dollari. È questo “l’accordo corruttivo unico” raggiunto nel 2006 tra l’allora amministratore delegato di Saipem, Pietro Tali, e l’ex ministro dell’Energia del governo algerino, Chekib Khelil riportato nelle motivazioni della sentenza con cui lo scorso settembre il Tribunale di Milano ha condannato la partecipata di Eni, i suoi manager e i mediatori e un riciclatore algerini e assolto il gruppo di San Donato, l’allora ad Paolo Scaroni e l’attuale numero tre Antonio Vella. Eni era imputata con Saipem in qualità di enti, nel processo a carico anche di 7 persone.

Secondo i giudici Saipem “aveva iniziato ad ottenere i primi inviti a partecipare alle gare, avvantaggiandosi della relazione illecita intrattenuta con Khelil che, a fronte dei pagamenti ricevuti, schermati dalla galassia di società facenti capo” al suo allora segretario e braccio destro Farid Bedjaoui (il quale si avvaleva in primis di Samir Ouraied) e dei veicoli riconducibili ad Habour, aveva venduto a caro prezzo, 197 milioni di euro, la discrezionalità dell’ente nell’aggiudicazione delle commesse“. Il collegio, sottolineando che Khelil e Bedjaoui avrebbero avuto ruoli in sostanza sovrapponibili, parlando dell’allora segretario del ministro, condannato a 5 anni e 5 mesi, hanno rilevato che “è il protagonista della vicenda, unitamente a Varone e Tali”, ai quali sono stati inflitti 4 anni e 9 mesi di carcere.

Sulle assoluzioni nelle motivazioni si legge: “Mancando la prova di un accordo corruttivo unico, difetta la prova di un coinvolgimento di Scaroni e Vella nella vicenda relativa alle commesse aggiudicate a Saipem e neppure è dato rinvenire un qualche coinvolgimento dell’Ente Eni in tale episodio corruttivo”. La vicenda, come ricostruita dalla Procura, riguardava appunto presunte tangenti per una cifra complessiva di circa 197 milioni versate al ministro dell’energia algerino e al suo entourage in cambio di appalti petroliferi e per ottenere il via libera per l’acquisito di First Calgary Petroleum (FCP) che in joint-venture con la società statale Sonatrach deteneva il giacimento di gas a Menzel.

Al termine del dibattimento, per i giudici della IV sezione penale del Tribunale di Milano, è emersa “l’estraneità dei vertici Eni alla corruzione internazionale” e “la carenza di riscontro all’effettivo pagamento di una tangente per l’acquisizione di FCP”. Inoltre è stato rilevato che la “relazione tra Eni e Saipem (controllante/controllata)” non può determinare “una estensione alla controllante della responsabilità dipendente da reato che fa capo alla controllata”. E “mancando la prova di un accordo corruttivo unico”, la partecipata e i suoi ex amministratore delegato Pietro Tali, ex direttore finanziario Alessandro Bernini e l’ex direttore operativo Pietro Varone sono stati invece condannati (non per la vicenda FCP) a 4 anni e 9 mesi, 4 anni e 1 mese e 4 anni e 9 mesi. La sentenza, letta in aula lo scorso 19 settembre, ha pure ordinato la confisca a Saipem (come “prezzo del reato)” dei 197 milioni sotto sequestro e ha condannato anche l’ex segretario del ministro Farid Bdjaoui a 5 anni e 5 mesi e gli altri due presunti mediatori Samyr Ouraied e Omar Habour a 4 anni e 1 mese. Secondo i giudici “Saipem non poteva svolgere la due diligence nei termini previsti dalle procedure” poiché sapeva che avrebbe “disvelato che (…) stava intrattenendo rapporti economici illeciti proprio con riferimento all’aggiudicazione delle commesse” in Algeria. Saipem non avrebbe messo in atto i controlli relativi agli intermediari dell’operazione perché in sostanza sapeva quale era “la realtà della relazione intrattenuta” con l’allora ministro dell’energia Chekib Khelil “per il tramite del suo fiduciario” Farid Bedjaoui al quale sono stati inflitti 5 anni e 5 mesi. Sia la Procura sia le difese impugneranno la decisione.

 

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Fondi Lega, l’ex tesoriere Stefano Stefani sentito dai pm sui soldi spesi dopo l’era Belsito. L’ipotesi delle consulenze

prev
Articolo Successivo

Anticorruzione, stop prescrizione e daspo. Agente infiltrato, trasparenza partiti e pentiti delle mazzette: cosa c’è nella legge

next