È stato tesoriere della Lega dopo l’era di Francesco Belsito e uno dei firmatari della scrittura privata siglata da Matteo Salvini, da Umberto Bossi, dall’avvocato Matteo Brigandì in cui si siglava la pace tra vecchia e nuova Lega (leggi l’articolo), ma è anche colui che insieme a Roberto Calderoli aveva dato il via libera a un contratto tra la Lega e l’avvocato Domenico Aiello: novecentocinquanta euro all’ora: più l’Iva, la cassa forense, il rimborso spese. Oggi Stefano Stefani è stato come persona informata dei fatti nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Genova sull’ipotizzato riciclaggio di parte dei 49 milioni di euro considerati il bottino della maxi truffa ai danni dello Stato per cui anche in secondo grado sono stati condannati il fondatore del Carroccio e l’ex tesoriere Belsito. Che a verdetto pronunciato ha continuato a ribadire che i soldi, quando lui era andato via, in cassa c’erano e sono stati spesi nel corso del tempo.

Stefani, a fine novembre aveva rilasciato una intervista a The Post Internazionale in cui spiegava come, nell’era di Roberto Maroni prima e di Matteo Salvini dopo, vennero spesi gran parte dei soldi in “maniera scientifica, e con l’assenso di tutti. Feci presente più volte a Maroni e Salvini, sia in pubblico che in privato, che si stava spendendo troppo e troppo in fretta. Mi fu detto che non potevamo fare altrimenti, perché in quel momento eravamo sotto schiaffo”.  Il tesoretto, che gli inquirenti stanno cercando in Lussemburgo e altrove, come ricostruito precedentemente a quelle dichiarazioni dal fattoquotidiano.it. comincia a dissolversi dopo le dimissioni di Bossi (aprile 2012) e fino a quando Maroni resta in carica a fine 2013.

La cassa bruciata nel giro di 15 mesi
Nel 2011 a bilancio erano iscritti attivi per 47 milioni 791mila euro, con un patrimonio da 46 milioni, 20,3 milioni in titoli, 12,8 milioni di liquidi. Nel 2017 il patrimonio è sceso a 4,5 milioni: 41 milioni si sono persi per strada in sei anni. Di quei titoli, invece, non c’è traccia: nel 2012 scendono a 7,8 milioni, nel 2014 a 3,2 , l’anno dopo sono iscritti per 1 euro e 44 centesimi. Quindi nel 2015 scompaiono. Che fine hanno fatto? Non si sa, e dal bilancio pubblicato online dal partito non si capisce. Quello che si sa è che ha ragione Matteo Salvini quando dice che i famosi 49 milioni di euro, oggetto delle ricerche delle procure di Genova e Milano, non ci sono più: sono stati spesi. E in modo molto veloce. Il problema, semmai – come segnala l’ex revisore Stefano Aldovisi in un esposto alla procura depositato alla fine del 2017 – è capire come siano stati spesi. I bilanci, infatti, raccontano che proprio durante l’era Maroni, la cassa del partito è stata praticamente bruciata.  “Sembrava che Maroni volesse chiudere la Lega: per questo ne ha svuotato le casse. Prima ha esternalizzato tutti i servizi interni, poi ha usato ogni energia e risorsa per vincere le elezioni regionali”, dice un ex dipendente del Carroccio al fattoquotidiano.it. La prima pesante botta ai conti del partito ex secessionista arriva nel 2012, primo anno di Bobo segretario: l’attivo scende da 47 a 40 milioni , il patrimonio da 46 a 35 e fa registrare una sorta di giallo. Si chiamano oneri diversi di gestione e – come fa notare Fabio Pavesi su Lettera43 – di solito sono spese minime: a bilancio, però, sono iscritti per più sei milioni di euro. A cosa sono serviti quei soldi non è chiaro come non è chiaro a chi siano finiti i 5,4 milioni di “contributi ad associazioni”. Quali associazioni? Dal bilancio non si capisce. Nel 2013, ultimo anno di Maroni leader, gli oneri diversi di gestione pesano sulle casse di via Bellerio addirittura per quasi nove milioni, mentre i contributi ad associazioni sono due milioni. Spese fuori controllo, e per averne la prova basta vedere quanto spende la Lega per quelle due voci nel 2017: gli oneri diversi di gestione valgono “appena” 201mila euro mentre il Carroccio dona alle associazioni solo 15mila euro. Il 2013 è l’annus horribilis per i conti della Lega: i liquidi passano dai 23 milioni dell’anno prima ad appena sei milioni, il patrimonio scende da 35 a 21 milioni. Nello stesso periodo un’altra voce esplode: quella delle spese legali.

L’ipotesi delle consulenze per far uscire soldi dalla cassa
E una conferma arriva oggi proprio da Stefani: dopo le dimissioni del cerchio magico, si iniziarono a pagare consulenze di centinaia di migliaia di euro a professionisti vicini a Maroni. E una delle ipotesi degli investigatori genovesi è che in realtà quelle consulenze servissero a fare uscire i soldi dalle casse del partito per poi dirottarle nella banca Sparkasse di Bolzano (perquisita lo scorso giugno) e da lì in fiduciarie create nello studio dei commercialisti di fiducia della Lega Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni (perquisiti a loro volta la scorsa settimana) e dirottati in Lussemburgo e Svizzera. Dopo aver lasciato la politica attiva Maroni, invece, è recentemente tornato a esercitare la professione forense proprio nello studio dell’avvocato Domenico Aiello. Sono passati i tempi in cui il Carroccio si affidava al legale d’origine calabrese e Maroni si preparava a scalare il partito, ma tra il professionista e il politico il legame non si è interrotto.

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