C’è qualcosa di inquietante che unisce i tre pittori che Eleonora Danco, grande attrice-performer del teatro (e del cinema) italiano contemporaneo, cita come fonti della sua trilogia attualmente in scena al teatro India di Roma. I tre pittori sono infatti Robert Rauschenberg, fonte di dEversivo, Francis Bacon, fonte di Donna n° 4, e Jackson Pollock, fonte di Nessuno ci guarda. Sono pittori che restituiscono la materia alla sua brutalità, alla sua violenza, all’energia profonda che vi si può liberare: dalla concretezza delle concrezioni pastose di Pollock alla stratificazione di elementi di Rauschenberg fino alla defigurazione di Bacon, c’è tutto un universo di profondità sofferenti che emerge nei loro quadri, pur così diversi tra loro.

È questa profondità sofferente che anima il teatro della Danco, un teatro di viscere e di urla, di movimenti forsennati e di testate nel muro. La trilogia – che compone in realtà due spettacoli, il primo formato da dEversivo (presentato fino al 2 dicembre), il secondo formato dagli altri due testi (repliche fino al 9 dicembre) – racconta le nevrosi del personaggio protagonista, le sue lotte per la vita, per la crescita, per il lavoro, le stratificazioni della memoria e della psiche. E lo fa con la stessa violenza creatrice che promana dalle opere dei tre pittori: la Danco costruisce testi polifonici, in cui la stratificazione può essere data ora dalla pluralità di voci e di personaggi che si esprimono attraverso i suoi monologhi, ora dalla percezione di livelli diversi di coscienza, ora infine dal conflitto tra memoria del passato e racconto del presente, un presente polverizzato, fatto di briciole di vissuto che diventano scaglie di sentimenti del tempo.

C’è Roma nei testi della Danco, una Roma fatta di cronaca spicciola, colta quasi con ironia fotografica, e anche di sensazioni più posate, decantate. Ma non è certo una Roma paciosa: è invece il terreno di coltura delle inquietudini dei personaggi, il luogo in cui le sedimentazioni del tempo diventate luoghi comuni (“Non si fa il bagno prima delle 11!”) sembrano far tutt’uno con la città eterna e scontrarsi con la voglia di rompere il guscio del metapersonaggio che la Danco racconta da un testo all’altro. Perché di questo in fin dei conti si tratta, di rompere ogni guscio: quello dell’infanzia che impedisce di diventare adulti fino in fondo, quello delle consuetudini alimentari che impongono rapporti di forza con il cibo e diventano metafore di ogni violenza sociale, quello della famiglia con le sue regole insopportabili e stantie, quello dell’ambiente del teatro dove è difficile perfino arrivare a costruire uno spettacolo. Dappertutto c’è qualche guscio che ci rinchiude: del resto questa stessa condizione di sofferenza era già il filo conduttore di N-capace, straordinario film d’esordio del 2014 di Eleonora Danco regista cinematografica. Anche lì c’era un personaggio sofferente, talmente connotato dalla propria condizione da non avere un nome proprio, ma un nome simbolico: Anima in pena, si chiamava la protagonista del film, silfide vagante tra Terracina e Roma avvolta in una tunica bianca che la rendeva ancora più lontana da una realtà che pure guardava con incisiva ironia.

In scena la Danco si muove nervosamente, salta, balla, recita a mille, passa da una situazione all’altra, illumina frammenti di vita, dal pranzo consumato sul divano al rapporto insopportabile con la madre, dalla cucina dei vicini la domenica alle dure condizioni imposte dalla macchina teatrale. Ogni situazione può diventare drammatica o comica o sensuale, e anche questo registro oscillante, in cui la risata lotta sempre con il tragico del quotidiano e l’erotismo della vita, è il segno di un’inquietudine che diventa marchio esistenziale. E tuttavia è un teatro calcolato, molto scritto nelle luci che fanno da metronomo non solo spaziale dello spettacolo e molto scandito dalla musica che dà respiro al testo e lo alimenta. Si farebbe un torto alla Danco autrice se si volesse provare a chiuderla in una definizione. Proprio perché il suo è un teatro della s-definizione per antonomasia, un teatro elettrico, lontanissimo dalle suggestioni futuriste, ma in fin dei conti segnato da un’energia insofferente verso la stabilità che per qualche verso può richiamare il vitalismo di quella stagione. Lunga vita e lunga energia a questo teatro della vita e dell’energia.

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