La famiglia Di Maio è di Pomigliano d’Arco, un comune in provincia di Napoli. Terra sfortunata e in preda alla criminalità organizzata, dove chi vuole fare impresa – oltre a scontrarsi con realtà delinquenziali – deve pure fare i conti con una terribile realtà economica. Come tanti altri anche Antonio – padre di Luigi, attuale vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico – ha provato a fare impresa nella sua terra. Un’azienda famigliare che, per tirare su quei quattro soldi utili a “campare la famiglia”, ha forse dovuto avvalersi di qualche collaboratore in nero.

Per carità, non si fa, ma non si può crocifiggere Antonio, padre e lavoratore, facendolo passare per un mariuolo, per uno che tenta di fregare il prossimo. Questo è davvero inaccettabile. Così come è altrettanto vergognoso andare a vedere se Luigi era stato o meno assunto dall’azienda di famiglia. Ogni realtà che fa impresa al Sud, inutile negarlo, si avvale della collaborazione dei figli, che danno una mano a mamma e papà per tirare su la baracca. Fare di tutto questo una gogna mediatica nei confronti dei Di Maio è secondo me un atto vergognoso e indegno.

Lesto come uno sciacallo, il Partito Democratico ha presto paragonato la situazione del padre di Di Maio con quella del babbo della Boschi, evidenziando come sia difficile sopportare un attacco contro il proprio genitore. Fandonie! Il padre dell’ex ministro delle Riforme istituzionali del governo Renzi, indipendentemente o meno dai risvolti penali che in questa sede non mi interessano, era vicepresidente del Consiglio di amministrazione di una banca che poi salterà in aria lasciando in mezzo a una strada migliaia di risparmiatori. Il papà di Di Maio, a mio parere, ha solo cercato di fornire i mezzi di sostentamento necessari alla propria famiglia e se lo avesse fatto avvalendosi di qualche collaboratore in nero, al popolo campano non gliene importa assolutamente nulla. Tutti, soprattutto al Sud, non solo imprenditori ma anche lavoratori, cercano di tirare a campare nella difficile realtà in cui ci si trova a vivere: l’arte di arrangiarsi in situazioni generali proibitive. Volete vedere che se si va veramente a fondo nei confronti di genitori o parenti di qualche deputato o senatore del Pd eletto al Sud si trovano le stesse situazioni?

In terra di Borbone, con tutti i guai che ci sono, quello che ha fatto Antonio Di Maio è una briciola, magari deprecabile, ma pur sempre una briciola al cospetto dei danni prodotti al Paese dai colletti bianchi. I media stanno massacrando un brav’uomo, un buon padre di famiglia, nulla di più.

Bello fare la morale quando si posseggono attici dorati o si è avuta la fortuna di non fare impresa ma di dipendere dal buon pagatore di turno. Bello ascoltare i sermoni dei vari Severgnini, Gruber, Fazio e Saviano dai loro sepolcri imbiancati. Abbiamo ascoltato le parole di Antonio nel suo video di scuse su Facebook, parole strozzate dall’emozione e dalla genuinità del buon padre di famiglia: “Essere un piccolo imprenditore non è facile, soprattutto quando le commesse non vengono pagate. Quando c’è crisi e a volte si ha paura di non poter andare avanti”. È l’urlo di dolore di tanti piccoli imprenditori che si trovano – o si sono trovati – in situazioni difficili e che, in occasioni drammatiche, si sono anche tolti la vita. Questa umiliazione Antonio non lo meritava. Questo non è il modo di fare politica.

Con la collaborazione di Giuseppe Palma