Non solo i 70 anni del mitico Scarpette rosse (The Red Shoes) hanno indotto la direttrice artistica Emanuela Martini a organizzare una delle due retrospettive del 36° Torino Film Festival a Michael Powell & Emeric Pressburger ma anche – e forse soprattutto – un amore lungo una vita per questi due cineasti dalla collaborazione pressoché unica nella storia del cinema. Conosciuti anche come The Archers (gli arcieri, topos iconico della cultura britannica) erano formati da un gentleman inglese (Powell) e uno scrittore ungherese ebreo emigrato in Regno Unito (Pressburger): insieme firmarono una ventina di film come “produttori, sceneggiatori e registi” (“perché prima si creano le condizioni produttive, poi si scrive ed infine si gira”) dal 1942 (anche se iniziarono a collaborare nel 1939) al 1957.

Per quanto il vero regista fu il visionario Michael Powell (che girò diversi film anche in solitaria prima e dopo la collaborazione con Pressburger) The Archers decisero che tutto dovesse essere firmato da entrambi per sottolineare la collettività dell’arte/industria cinematografica. Anche in questo i due autori furono dei precursori con una lungimirante mescolanza che toccò diversi aspetti del “fare cinema” in un’epoca in cui la dicotomia fra Hollywood e l’autorialità europea era netta e visibile. Della loro peculiarità spiega bene il volume/catalogo della retrospettiva “Il cinema di Powell e Pressburger” curato da Emanuela Martini per il Castoro che in parte riedita – aggiornandoli con nuovi saggi e suggestioni– i contenuti dell’originario “castorino” dalla stessa Martini realizzato nel 1989. E al festival, accanto ai 24 film in programma, si terrà venerdì 30 novembre un panel di studiosi (fra cui l’accademico Ian Christie, fra i massimi esperti del cinema di Michael Powell nel mondo) per approfondire il ragionamento su questi due straordinari interpreti della “classicità”.

Perché di fatto è sul cinema classico par excellence che Powell & Pressburger elaborarono la propria cifra: sia dando ad alcuni generi una forma paradigmatica (si pensi al musical-fantasy e in parte anche il war movie) sia scardinandone alcuni elementi fino ad allora intoccabili così come li aveva stigmatizzato Hollywood consegnando opere dal sapore squisitamente europeo ma ben incentrate nei generi. Ma non solo: i due cineasti furono i primi ad usare il Technicolor nella sua forma più riuscita, fondendovi una spettacolarità fantasmagorica con scenografie, costumi e naturalmente direzioni della fotografia spesso premiate o candidate all’Oscar.

Indimenticabili e “visionariamente” seminali restano le sequenze del balletto di Scarpette rosse, come pure la vertiginosa scalinata dall’aldilà di Scala al paradiso (A Matter of Life and Death, 1946) o le audaci ellissi spazio-temporali di Duello a Berlino (The Life and Death of Colonel Blimp, 1943) per non parlare delle sospensioni nel vuoto del convento e delle profondità di campo da manuale di Narciso nero (Black Narcissus, 1947). Non solo formalmente, tuttavia, Powell & Pressburger si distinsero: i contenuti sovversivi – divenuti talvolta topoi – instillati nella narrazione classica confermano la loro originalità. Si pensi alla modernità di alcuni ruoli femminili (uno su tutti la Deborah Kerr tripartita in ruoli diversi di Duello a Berlino o la sua monaca in Narciso nero), al controverso pacifismo paradossalmente inserito nei film di guerra (ancora Duello a Berlino che lo stesso Churchill censurò, ma anche I ragazzi del retrobottega – 1949 e persino La battaglia di Rio della Plata – 1956), alla costruzione di protagonisti antieroici e di fiammeggianti figure demoniache (il Lermontov di Scarpette rosse), alla modalità con cui espressero la necessità assoluta dell’arte (Scarpette rosse ma anche I racconti di Hoffmann – 1951). Fra i tanti capolavori da segnalare senza dubbio quello che girò Powell ormai in solitaria nell’annus mirabilis 1960, L’occhio che uccide (Peeping Tom): un’opera di meta cinema assoluta dove la dicotomia/ambiguità fra lo shooting sparare/girare è espressa nella sua forma più folgorante. In essa, peraltro, torna a danzare l’attrice “icona” delle Scarpette di Powell & Pressburger – Moira Shearer – ancora una volta vittima di una figura sinistra e mortifera.

Infinite parole si potrebbero sprecare per omaggiare l’arte gigantesca di questi autori troppo poco ricordati e che segnarono le carriere dei principali protagonisti della storia del cinema: uno su tutti Martin Scorsese, la cui montatrice Thelma Shoonmaker fu l’ultima moglie di Michael Powell e contribuì col grande regista newyorkese al restauro nel 2009 del loro film più iconico, Scarpette rosse. Dell’opera Scorsese nutre ricordi praticamente infantili, e di una forza tale da indurlo a diventare il regista che il mondo considera un genio. Ecco le sue parole: “M’è capitato spesso, nel corso degli anni, di ripensare a quel celebre scambio di battute [ndt: “Perché vuoi ballare?” / ”Perché uno vuole vivere?”] in Scarpette rosse. Due battute che dicono tutto sull’urgenza assoluta dell’arte. Personalmente mi sono identificato con questo sentimento fin dalla prima volta che ho visto il film assieme a mio padre. Ero molto piccolo e quelle battute mi avevano fatto scoprire qualcosa che stava dentro di me, un’emozione travolgente che stava lì sullo schermo, nei colori, nel ritmo, nella bellezza… nel fatto di fare cinema. Dimostrando che l’arte è una cosa per cui vale la pena vivere. E anche morire”.

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