Il summit straordinario convocato dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk resta fissato per il 25 novembre. La data ultima per il raggiungimento di una qualsiasi forma di accordo rimane quella del 29 marzo prossimo, ma la crisi del governo May sul ciglio del raggiungimento di una bozza di intesa può solo interessare quel 55% dei cittadini britannici che, secondo un sondaggio Sky news, sarebbero ora favorevoli ad un nuovo referendum. Per quel che riguarda il settore automotive, invece, la Brexit è un processo già inevitabilmente innescato. Altrove.

Le formule di rito sono quelle di dichiarazioni da attribuire a fonti interne alle aziende. Una lista di disimpegni che si allunga quotidianamente, senza prese di posizioni ufficiali, ma piuttosto con ragionamenti reali, come da ultimo quello del gruppo francese PSA, al cui interno si riterrebbero ormai ridondanti i due stabilimenti dedicati al marchio locale Vauxhall, da sempre clone britannico di Opel. L’azienda guidata da Carlos Tavares oggi gestisce i due impianti di Ellesmere Port, a sud di Liverpool, e quello di Luton nei pressi di Londra, con un totale di tremila dipendenti diretti da considerare fuori da ogni orbita di ragionevolezza nei costi. Impossibile dargli torto.

Oltre l’80% delle vetture prodotte nel Regno Unito sono destinate all’esportazione, una percentuale chiara da decenni a gruppi come BMW, Toyota, Nissan e Honda, che hanno utilizzato l’isola come un avamposto facilitato da un mercato del lavoro più agile e contemporaneamente la posizione strategica per entrare nel territorio, nelle grazie e nelle regole e dell’Unione Europea.

Oggi, la Brexit potrà anche rivelarsi una “lectio magistralis” nella gestione di affari di politica internazionale, ma a precederla c’è già stata una exit strategy da parte delle aziende e delle istituzioni comunitarie. Per cominciare, i conti parlano di un mercato automobilistico nazionale che ne uscirebbe azzerato. Secondo l’ultimo rapporto della Society of Motor Manufacturers and Traders (l’associazione dei costruttori locali), il settore impiega oggi 186 mila dipendenti diretti delle case automobilistiche, con un totale che attraverso l’indotto tocca quota 800 mila occupati. Una “Soft Brexit” a qualsiasi titolo congegnata dal governo May dichiaratamente non garantirà mai questi livelli occupazionali.

Lo senario di un “No Deal”, poi, proietterebbe dal 29 marzo prossimo il Regno Unito dell’auto in una epoca giurassica, con gli automobilisti britannici che subirebbero aumenti medi a listino per 1.500 sterline a vettura, mentre le auto prodotte oltre Manica atterrebbero in Europa con un ricarico di circa di 3 mila euro ciascuna. Tutto questo ipotizzando naturalmente che il sistema doganale inglese si riallineai velocemente al nuovo regime di frontiera. Cosa improbabile per tutti gli analisti, che prevedono invece rallentamenti burocratici senza precedenti nell’approvvigionamento di componentistica per gli stabilimenti, dipendenti per oltre il 90% dall’estero.

Al 10 di Downing Street non esiste nessuna consapevolezza dell’auto in questo momento, altrimenti non sarebbero mancate violente proteste la scorsa settimana, quando invece in pieno silenzio il Parlamento Europeo ha approvato una proposta normativa che semplicemente taglia fuori l’auto britannica dal sistema di omologazione diretto, togliendogli l’ultima chance per restare minimamente globale.

Come noto, nei paesi Ue vale il principio di mutuo riconoscimento, ovvero la validità data alle certificazioni effettuate in un paese membro ed estese automaticamente a tutti i territori dell’Unione. Un dettaglio clamoroso se pensiamo che tutti i costruttori automobilistici asiatici, Toyota, Nissan, Hyundai, e Honda, omologano i propri modelli attraverso la Vehicle Certification Agency britannica, pratica per altro scelta anche da Skoda per conto del gruppo Volkswagen.

L’orientamento di Brusselles è quello di arrivare entro l’anno all’approvazione definitiva di una norma che vincoli ogni costruttore automobilistico che abbia omologato una vettura nel Regno Unito a ripetere la procedura, seppur agevolata in uno dei restanti 27 Paesi dell’Unione, dietro pagamento di corrispettivo. Il principio di mutuo riconoscimento poteva essere tutelato in maniera più agile con un accordo bilaterale, ma non c’è nessuna intenzione di attendere il 29 marzo. La Hard Brexit dell’auto è già in moto, e non sarà di manica larga.