La notte tra il 9 e il 10 novembre di ottant’anni fa si scatenarono in tutta la Germania dei pogrom antiebraici. Moltissimi negozi e abitazioni di proprietà di ebrei furono distrutti e saccheggiati, numerose sinagoghe furono incendiate. In quella terribile notte, nota come Kristallnachtnotte dei cristalli, per via delle vetrine frantumate, i cui cocci l’indomani ricoprivano le strade – furono assassinati circa 400 ebrei, più di 30.000 furono arrestati dalla Gestapo e internati in campi di concentramento nei giorni successivi. Il pretesto per scatenare tanta violenza fu la morte di un funzionario dell’ambasciata tedesca a Parigi, Ernst vom Rath, colpito da cinque colpi di pistola esplosi da un diciassettenne ebreo di origini polacche, Hermann Grünspan. La notizia della morte di vom Rath giuse a Hitler mentre si trovava a Monaco per una commemorazione del fallito putsch del 1923. Quella stessa sera Goebbels tenne un discorso ai leader del partito invitandoli implicitamente a organizzare persecuzioni antiebraiche in tutto il paese. E gli zelanti capi del partito raccolsero l’invito.

Quella notte a Monaco la Gestapo perquisì anche la pensione Isabella al numero 31 di Tengstrasse. La famigerata polizia segreta era alla ricerca di uno psicanalista, Charles Maylan, un cittadino americano residente da anni in Germania, autore di un libro su Freud, che era stato bruciato nei roghi di libri organizzati dai nazisti. Gli agenti arrivarono fino alla porta della sua stanza, ma non entrarono, trattenuti dal proprietario dell’albergo che andava ripetendo: “È un americano, non è un ebreo”. Ma se anche fossero entrati, non ci avrebbero trovato Charles Maylan che era fuori per una riunione di lavoro. Dietro la porta c’era invece, paralizzata dal terrore, la sua fidanzata, Franziska Greiler. “Dopo dieci minuti, che mi parvero dieci ore, se ne andarono. Avevo il cuore in gola e tutto il mio corpo era tesissimo, ma dovevo fare qualcosa. Corsi all’ascensore sul retro, scesi in cucina. La sguattera seduta su una sedia tremava e piangeva. Le dissi: ‘Marie, che cosa succede?’. Rispose: ‘La Gestapo è qui. Stanno portando via tutti gli ebrei. La sua vicina della stanza accanto, la signora O., si è gettata dalla finestra. Il suo cadavere è fuori sulla strada. A nessuno è permesso di avvicinarsi. La Gestapo sta portando via i corpi. Molti ebrei del vicinato hanno fatto la stessa cosa’”. Il racconto si trova nelle memorie che Franziska scriverà molti anni dopo, ormai anziana, nella sua casa di Tucson in Arizona. Sono tra i rari documenti di una testimone oculare dei fatti della Notte dei cristalli.

A recuperare quelle memorie, destinate altrimenti a giacere dimenticate in una soffitta di una casa di campagna del Missouri, è stato Pierluigi Lanfranchi, uno storico delle religioni che insegna all’università di Marsiglia. La storia di questo ritrovamento e delle vite di Charles e Franziska Maylan l’ha raccontata in un recente libro pubblicato da Castelvecchi Editore, che porta un titolo misterioso: Acheronta movebo. Tutto comincia quando la nonna dell’autore racconta a Lanfranchi allora adolescente, di aver affittato durante la guerra una stanza di casa sua a Sovere, un paesino delle Prealpi bergamasche, a una donna tedesca. Arriva a Sovere nell’autunno del 1939. Ha con sé due valige piene di libri. Non parla italiano. Non conosce nessuno in paese. Ha paura. Passa quasi tutto il tempo chiusa in casa con le persiane chiuse. Riceve posta dall’America, dal suo fidanzato americano, che le manda medicine e lettere. Ma non lettere normali, su carta. Sono lettere sonore, dischi su cui il fidanzato ha registrato la sua voce. La donna tedesca si chiama Franziska.

Affascinato e quasi ossessionato dalla storia che la nonna gli ha raccontato, Lanfranchi nel frattempo diventato storico di professione, decide di scoprire chi fosse quella donna tedesca, perché tra tutti i posti in cui avrebbe potuto andare fosse capitata proprio a Sovere, di cosa avesse paura, da che cosa fuggisse. Gli elementi di cui l’autore dispone all’inizio della sua ricerca sono scarsissimi: i ricordi della nonna e l’indirizzo su una busta spedita da Tucson negli anni ’50 con il nome del fidanzato di Franziska, Charles Maylan. Tutto qui. Ma abituato a lavorare sulle fonti frammentarie e labili dell’antichità, Lanfranchi si mette sulle tracce di Franziska e Charles e conduce il lettore per archivi pubblici e privati in Italia, Germania, Svizzera, Stati Uniti, Israele, per i meandri dei database, in un viaggio nel passato che è allo stesso tempo una discesa nell’Aldilà per recuperare le esistenze perdute dei due protagonisti.

Da qui il titolo del libro, che è la parte finale di un verso dell’Eneide di Virgilio: “se non posso piegare gli dèi del cielo, muoverò l’Acheronte”, ossia il fiume degli Inferi, che l’autore ha dovuto metaforicamente attraversare per riportare in vita le storie di Franziska e Charles. Ma il libro allude anche a Freud che utilizzò il verso di Virgilio come esergo dell’Interpretazione dei sogni. Parte del libro di Lanfranchi è infatti dedicata al libro che Charles Maylan scrisse nel 1929 su Freud e ai suoi difficili rapporti con il padre della psicanalisi e con il movimento psicanalitico in Germania nell’interbellum.

Il libro si legge come un’inchiesta – a tratti poliziesca – su questi due individui non illustri che hanno incrociato le vite di personaggi illustri (Freud, Zweig, Schnitzler, ecc.) e che hanno vissuto i momenti più drammatici della storia del secolo scorso: l’avvento di Hitler, il terrore nazista, la guerra. Non si tratta di una classica biografia che segue la vita dei protagonisti dalla nascita alla morte né di un libro di storia tradizionale in cui il narratore scompare dietro al racconto impersonale dei fatti. Lanfranchi mette in scena non solo se stesso, ma anche il suo laboratorio di storico, mostra come si maneggiano gli strumenti del mestiere, i problemi, gli ostacoli, i vicoli ciechi della ricerca e la gioia della scoperta. Ne risulta un libro in cui il genere del romanzo, del saggio filosofico, del documentario si mescolano in modo originale.

Certo, quella donna terrorizzata dietro la porta della stanza della pensione Isabella a Monaco la notte del 9 novembre del 1938 è una come tante. Più fortunata di altre perché si è salvata. Salvata due volte: dal gorgo terribile della guerra e ora anche da quello dell’oblio.

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