Apuesta: in spagnolo significa “scommessa”. La stessa che Seat ha lanciato al mondo dell’automotive col progetto Cupra, marchio sportivo con ambizioni premium nato da una costola della casa iberica, di proprietà del gruppo Volkswagen. Un’idea partorita dalla mente di Luca de Meo (e approvata dal Board VW a settembre 2017), amministratore delegato di Seat con un passato in FCA, dove aveva resuscitato il brand Abarth insieme ad Antonino Labate, che ora siede al vertice di Cupra.

L’operazione, che guarda alla fascia alta del mercato, non è una novità assoluta in campo automobilistico: marche generaliste come Citroen e Ford ci hanno già pensato negli anni scorsi, presentando rispettivamente DS e Vignale, due esperimenti più votati al lusso e ancora in piena fase di consolidamento. In un certo senso Cupra si trova a metà strada fra le suddette realtà: è indipendente tanto quanto il marchio francese, ma prevede in gamma modelli che sfruttano carrozzerie già esistenti, come fa l’Ovale Blu.

Peraltro il tentativo di strizzare l’occhio al patinato mondo premium (e rubargli qualche cliente) sembra essere a bassissimo rischio per gli spagnoli: non è solo questione di solidità finanziaria – che Seat ha ritrovato dopo anni di grattacapi: ha chiuso il terzo trimestre con risultato utile operativo di 237 milioni di euro, in crescita del 50% – ma anche di “spalle larghe”, quelle del gruppo VW, una risorsa praticamente inesauribile di piattaforme costruttive e tecnologie.

“Quando sono arrivato qui in Spagna e ho constatato quanta della tecnologia del gruppo VW si potesse sfruttare, mi sono sentito come un bimbo in un luna-park”, ammette Labate, precedentemente abituato a dover fare tanto con poco. “Vogliamo conquistare clientela tanto dal mass market quanto dal premium market. Siamo posizionati a metà strada fra questi due mondi”, spiega il manager mentre annichilisce una sigaretta nel cortile della casa appartenuta allo scultore Xavier Corberó, scelta dall’azienda per presentare i suoi progetti alla stampa europea. Il senso di tutto ciò è macinare marginalità da costruttore “aspirazionale”. O quanto meno provarci. La provocazione sorge spontanea: è lecito dire che Cupra sta a Seat come Audi sta a Volkswagen? “Questo lo può asserire Il Fatto Quotidiano, non io”, ridacchia Labate, che poi aggiunge: “Si, ha senso come paragone”.

Anche se poi le differenze fra queste realtà sono altrettanto marcate: il quartier generale del nuovo marchio (2 mila metri quadrati e 120 working station) si trova a Martorell, cioè a casa della Seat. La rete di vendita sarà condivisa fra le due marche iberiche: 277 dealers che, entro fine anno, avranno un corner dedicato a Cupra (bastano 48 ore per allestirlo). Senza contare che, salvo un paio di eccezioni – fra cui un suv compatto – non ci saranno carrozzerie specifiche, ma solo modelli strettamente derivati da Seat, che saranno sette entro il 2021. Insomma, nonostante l’ostentata indipendenza, il cordone ombelicale fra Seat e Cupra esiste eccome. Anche se poi la situazione potrebbe cambiare in corso d’opera data la gioventù e la flessibilità del brand. “Questo è un progetto in divenire e abbiamo tante aspettative”, assicura Labate.

A proposito di brand, per costruirne uno credibile serve investire in fidelizzazione: lo sa bene Labate, pronto a creare una vera e propria community che permetta di far conoscere meglio il marchio e di creargli attorno un (redditizio) mondo lifestyle, fatto di eventi esclusivi e merchandising. Tutto già collaudato in Abarth, ma attenzione a non confondersi: nonostante il “fattore umano” sia il medesimo, la filosofia è diversa. “Abarth guardava indietro, alla tradizione, con Cupra invece guardiamo avanti e potremo portare all’interno della famiglia Seat tecnologie di livello superiore, come la guida autonoma, per poi farle scendere sui modelli più democratici”, dice de Meo.

Il primo modello arriva a fine mese: è la Cupra Ateca, 44 mila euro di sport utility con un 2 litri turbobenzina da 300 Cv di potenza (completo di trazione integrale, cambio automatico doppia frizione e assetto dedicato), pensato per piacere a una clientela con età compresa fra 35 e 60 anni e un reddito annuale medio tra 50 e 70 mila euro: un’utenza diversa da quella Seat, per l’80% di conquista e da pescare in mercati come Germania (dove sarà concentrato il 40% della rete vendite), Spagna, UK, Svizzera, Francia e Svezia, che faranno i 4/5 delle vendite. Il target è portare queste ultime a 30 mila pezzi l’anno entro i prossimi quattro anni. In bocca al lupo. Anzi, suerte.