Erano quattro semplici parole e avrebbero consentito espressamente ai medici di fotografare quei detenuti con segni sul corpo che fanno pensare a violenze o pestaggi subiti. Come Stefano Cucchi, solo per citare uno dei casi recentemente tornati al centro della cronaca. Solo che quelle quattro parole sono scomparse dai decreti legislativi di riforma dell’ordinamento penitenziario, pubblicati in  Gazzetta Ufficiale del 26 ottobre 2018.

A scoprirlo è stata Susanna Marietti di Antigone. Lo schema del decreto (leggi sul sito della Camera) era giunto alle commissioni giustizia di Montecitorio e Palazzo Madama il 7 settembre scorso. All’articolo 7 delle disposizioni per la riforma dell’assistenza sanitaria in ambito penitenziario era previsto chiaramente che “nella cartella clinica del detenuto o internato il medico annota immediatamente, anche mediante comunicazione fotografica, ogni informazione relativa a segni o indicazioni che facciano apparire che la persona possa aver subìto violenzemaltrattamenti e, fermo l’obbligo di referto, dà comunicazione al direttore dell’istituto e al magistrato di sorveglianza”. Una novità importante che infatti era citata anche dalla relazione di accompagnamento della legge: “È previsto che il medico che compie l’ispezione debba annotare, avvalendosi di rilievi fotografici se necessari, tutte le informazioni riguardo ad eventuali maltrattamenti o violenze subite, dandone comunicazione al direttore dell’istituto e al magistrato di sorveglianza”.

Le commissioni di Camera e Senato dovevano discutere il provvedimento e fornire al governo il proprio parere. Quello favorevole di Palazzo Madama era stato accordato il 25 settembre. Sei giorni prima, anche Montecitorio aveva dato il via libera alla riforma ma con un’osservazione: “Valuti il Governo l’opportunità di recepire le proposte emendative formulate dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome in materia di modalità di erogazione dell’assistenza sanitaria negli istituti penitenziari per adulti”. Regioni e province erano state interpellate perché competenti sulla sanità. E tra gli emendamenti proposti chiedevano la cancellazione di quel riferimento alle fotografie di detenuti probabilmente vittime di pestaggi. “Appare del tutto improprio e incongruo il compito assegnato al sanitario di documentare con ‘fotografie‘ eventuali lesioni sospette per i nuovi giunti, sussistendo già l’obbligo di legge dell’obbligo del referto che deve essere completo ed esaustivo circa la descrizione dello stato di fatto del paziente”, si legge nei rilievi della Conferenza della Regioni allegati dalla commissione giustizia al suo parere.

“Non si è discusso di quella parte sulle fotografie. Il Pd ha però chiesto di allegare alla documentazione le proposte della Conferenza delle Regioni, cosa che abbiamo fatto. Ma se qualcosa andrà modificato lo faremo”, dice Giulia Sarti, presidente della commissione giustizia della Camera. Il governo ha dunque recepito i pareri di Regioni e ministero della Salute. “Quel riferimento sembrava una ripetizione essendo vigente l’obbligo di referto: per questo sono stati recepiti e inseriti nella riforma i pareri di Regioni e del ministero della Salute”, spiega il sottosegretario all giustizia, Vittorio Ferraresi.

Al parere delle Regioni, infatti, si è aggiunto anche quello del ministero retto da Giulia Grillo, sollecitato sul tema dallo stesso dicastero di via Arenula. Il senso dell’obiezione è legato al fatto che l’obbligo di referto vincola il personale sanitario a segnalare tutti i casi che possono presentare i caratteri di un delitto. Insomma: se un medico visita un detenuto e scopre delle ferite che possono fare pensare a una violenza subita, deve per forza segnalare la vicenda all’autorità giudiziaria. Con o senza fotografie: nessuno vieta espressamente al personale sanitario di immortalare il paziente. Aver inserito un riferimento in tal senso, però, sembrava un primo passo avanti per obbligare i medici a fotografare tutti i detenuti con segni di percosse sul corpo. Materiale che poteva essere fondamentale per documentare eventuali abusi delle forze dell’ordine. D’altra parte il recente passato è pieno di casi simili. Quel riferimento di quattro parole, però, dalla riforma è scomparso.