Alle 9, con l’inizio delle contrattazioni, l’indice di Borsa e il dato sullo spread certificano quello che tutti si aspettano da venerdì 5 ottobre: un lunedì difficile, soprattutto per le banche. Pesa la lettera con cui la Commissione Ue ha espresso al governo italiano seria preoccupazione per i contenuti della nota di aggiornamento al Def. E pesano pure le dichiarazioni della vigilia dei leader della maggioranza, con Luigi Di Maio che accusa esplicitamente Bruxelles (“il sistema europeo”) di manovrare per “far cadere il nostro governo il prima possibile” con il sostegno del “sistema mediatico” e delle opposizioni che “tifano per lo spread e il default dell’Italia” e Matteo Salvini – lunedì a Roma con Marine Le Pen – che ribadisce la linea: “Siamo contro i nemici dell’Europa che sono Juncker e Moscovici, chiusi nel bunker di Bruxelles”.

Parole che non aiutano di fronte a uno spread che è partito a 296 punti e a tratti si è portato sopra i 310 (per poi chiudere a 304) facendo segnare nuovi record negativi ai Btp, con il rendimento del decennale che è arrivato al 3,60%, livello che non si vedeva da febbraio 2014. In alcuni momenti la pressione delle vendite si è allentata, ma il tono di fondo della giornata – improntato al negativo fin dall’apertura – non è cambiato e la seduta è terminata con un calo della Borsa del 2,43% sotto quota 20mila e con il comparto bancario che ha ceduto il 4%. Banco Bpm ha lasciato sul terreno il 6,47%, Carige addirittura l’8,47% a 0,0054 euro, Mps è scesa sotto i 2 euro (1,92 euro, in calo del 4,54%), Ubi Banca ha ceduto il 4,94%. Molto male anche Intesa Sanpaolo (-3,26%) e Unicredit (-3,56%).

Una débacle ampiamente prevista e determinata dal fatto che il rialzo dello spread (e il conseguente calo delle quotazioni dei titoli di Stato) erode la riserva di capitale degli istituti che presto potrebbero essere obbligati a lanciare degli aumenti di capitale per ripristinare i requisiti minimi di capitale. Non a caso a soffrire di più in Borsa sono proprio gli istituti con più problemi su questo fronte, a partire da Carige, passando per Banco Bpm e per Mps. E a preoccupare ulteriormente è l’ostentata sottovalutazione del problema da parte delle autorità politiche, apparentemente più interessate alla campagna elettorale in vista delle europee del 2019 che alle conseguenze drammatiche sull’economia italiana che potrebbe avere una nuova crisi bancaria.

Mentre Salvini da Roma afferma che “dietro lo spread di questi giorni c’è una manovra di speculatori alla Soros che puntano al fallimento di un Paese per comprare le aziende sane rimaste, a prezzi di saldo”, gli uffici studi delle banche internazionali fanno invece i conti per capire fino a che livello può salire l’acqua dello spread prima che le banche italiane inizino ad affogare. E i risultati non sono confortanti. Secondo Credit Suisse, uno spread sopra quota 400 non è sostenibile: “Un ampliamento di 200 punti base dai 238 di fine giugno ridurrebbe in media il Cet1 (principale indicatore di solidità patrimoniale, ndr) di 66 punti base, dal 12,53% a 11,87”.

Ma si tratta di un dato medio. Per un colosso come Unicredit uno spostamento di 10 punti base di spread ha un impatto sul Cet1 di 137 milioni (3,8 punti base), mentre la sensitività di Banco Bpm è molto più elevata avendo un’esposizione ai titoli di Stato italiani del 327% in rapporto al Cet1. Questo significa che per alcuni istituti uno spread a 340-360 punti potrebbe far scattare la necessità di ricapitalizzare, con il rischio di innescare un effetto domino sull’intero sistema dato che reperire fondi sul mercato in questo clima risulterebbe impresa improba.

A evidenziare il problema è anche Klaus Regling, direttore del Fondo “salvastati” Esm, che in un’intervista a Bloomberg Tv individua nelle banche l’anello debole della situazione venuta a crearsi con uno spread a 300 punti base.  “C’è un problema” complessivo per l’Italia, spiega Regling, che è la crescita pari alla metà di quella dell’Eurozona negli ultimi vent’anni, e che è dovuta “alla mancanza di riforme convincenti” e, accanto ai punti di forza (“non ha mai perso l’accesso ai mercati, ha un surplus corrente, e un debito in buona parte in mani nazionali”), l’Italia presenta anche un punto di debolezza: il settore bancario. La situazione dei mercati, secondo Regling, non impatta velocemente sul finanziamento del settore pubblico, grazie alla durata media dei bond elevata, “ma vediamo che il settore bancario ne soffre quasi immediatamente, per il legame delle banche con il debito sovrano. Il costo di approvvigionamento sale” e dunque “è un punto debole e spero che il governo italiano ne tenga conto”.

A stretto giro è arrivata la replica di Di Maio: “Permettetemi di dire che in questo momento vedere il presidente del fondo salva-stati fare interviste a Bloomberg e dire che ha forti preoccupazioni per le banche italiane è singolare. Così come è singolare che in questi giorni quando lo spread non raggiungeva quota 300 qualche commissario si metteva a parlare…”. Parole che non contribuiscono certo a svelenire un clima che di giorno in giorno sul mercato si fa sempre più pesante.