In cima ad un grattacielo, sul muretto con una gamba sola ma anche sulla spiaggia con l’oceano sullo sfondo: più il selfie è estremo più è cool, giusto? Peccato che gli autoscatti, negli ultimi sei anni, siano costati la vita a oltre 250 persone. È lo scioccante risultato di uno studio pubblicato dalla rivista scientifica Journal of Family Medicine and Primary Care l’organo con cui la “All India Institute of Medical Sciences” ha raccontato il lato oscuro degli autoscatti oggi così tanto virali. La ricerca, il cui limite dichiarato è l’aver incluso solo notizie in lingua inglese, si basa sui dati raccolti tra l’ottobre del 2011 e il novembre del 2017. Attraverso l’analisi di parole chiave come “morte per selfie”, “incidenti da selfie” e “morti per autoscatto” raccolte tra notiziari e web ha portato ad identificare ben 137 incidenti dovuti ai selfie con 259 decessi.

Mortalità bassissima

Notevole anche l’aumento esponenziale del numero di morti: dal 2014-2015 al 2016-2017, sempre secondo lo studio, le vittime sarebbero aumentate anche per il maggiore uso dei cellulari, la spinta tecnologica con selfie-stick o funzioni potenziate nei telefoni e ovviamente anche per la promozione di fenomeni social come il “miglior selfie”. Il dato sicuramente più allarmante riguarda l’eta media delle vittime, che si aggira spaventosamente attorno ai 22,94 anni. Altri numeri danno la misura di un situazione delicata: circa il 72,5% delle morti ha riguardato maschi, il 27,5% le donne mentre il maggior tasso di incidenti caratterizza l’India, il paese con la popolazione più giovane del mondo, con 159 vittime seguita dalla Russia (16), dagli Usa (14, dove si registra anche il maggior numero di morti di selfie dovute alle armi da fuoco) e dal Pakistan (11).

Le cause

Lo studio ha poi individuato le principali cause dietro alle morti da selfie. Il dato funestamente sorprendente è che al primo posto vi è l’annegamento dovuto alle onde che sommergono persone pronte all’autoscatto sulla spiaggia, al capovolgimento di barche o canoe oppure per scatti in acqua pur non sapendo nuotare o ignorando gli avvertimenti di pericolo: qui il numero delle vittime segna 70. Accanto a questo e alle morti per caduta (48), tanti i decessi (51) inseriti nella categoria “trasporto” dovuti principalmente al clic di fronte a un treno in corsa. I ricercatori hanno anche classificato i motivi dei decessi seguendo un’altra logica, guardando ai selfie come sinonimo di comportamento rischioso o non rischioso (e quindi accidentale): nella prima hanno fatto rientrare quei casi in cui il rischio corso per il clic era oggettivamente evidente, come lo spingersi fino ad un bordo scivoloso di una scogliera per uno scatto fichissimo. Lo studio ha dimostrato come il comportamento rischioso abbia causato più morti rispetto al non rischioso, con una percentuale di mortalità più alta negli uomini che nelle donne di circa tre volte.

Soluzioni in campo

A fronte di questi numeri, sono attive diverse misure. Molti paesi per esempio si sono attivati con vere e proprie “No selfie zones”, ovvero aree turistiche, cime montuose o edifici in cui è vietato l’autoscatto. A Mumbai, per esempio, ne sono state individuate ben 16. Altri studiosi invece, come rivelato dal Journal of Family Medicine and Primary Care, stanno lavorando ad un’applicazione in grado di identificare un selfie in situazioni pericolose e allertare l’utente. Aspettando che la tecnologia ora ci salvi la vita, la domanda sorge spontanea: quanto valgono i “Mi piace” e i cuoricini social sul serio?

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