Dal Qatar arriva l’ennesima storia di sfruttamento estremo del lavoro nella preparazione dei mondiali Fifa di calcio del 2022. Mercury Mena (già Mercury Middle East), un’azienda ingegneristica coinvolta in alcuni tra i più prestigiosi progetti collegati ai campionati di calcio, come Lusail City, la “Città del futuro” che ospiterà la partita inaugurale e la finale, non ha versato migliaia di dollari in stipendi e versamenti pensionistici, mandando in rovina numerosi lavoratori provenienti dall’Asia.

Molti di loro, dopo aver fatto enormi sacrifici e contratto prestiti onerosi per trovare lavoro in Qatar, sono finiti a fare la fame, senza che né Mercury Mena né il governo locale se ne prendessero cura. Una vicenda assurda e indecente, se si pensa che in un paese come il Nepal dove oltre un terzo della popolazione vive con meno di due dollari al giorno, Amnesty International ha incontrato 34 persone cui la Mercury Mena deve versare, in media, 2.035 dollari a testa.

L’azienda ha iniziato a non pagare il dovuto nel febbraio 2016 e i ritardi sono diventati più persistenti e insoluti nel 2017. Non poche colpe le ha anche il governo del Nepal. Le agenzie di reclutamento locali, al servizio della Mercury MENA, hanno illegalmente chiesto ingenti versamenti ai lavoratori, che sono stati così costretti a chiedere prestiti ad elevato interesse, contraendo debiti per saldare i quali si sono rassegnati a lavorare in condizioni di sfruttamento in Qatar. Alcuni lavoratori hanno dovuto vendere le loro terre o ritirare i figli da scuola.

Una delle agenzie di reclutamento ha ammesso ad Amnesty International di essere a conoscenza dello sfruttamento da parte della Mercury Mena ma, di fronte alle richieste di aiuto dei lavoratori, non ha fatto niente per garantire che i loro diritti venissero rispettati. Già in precedenza, Amnesty International aveva denunciato come il governo nepalese non avesse contrastato le prassi illegali seguite dalle agenzie di reclutamento locali.

Il governo del Nepal non è stato neanche in grado di fornire adeguata assistenza ai suoi connazionali sfruttati in Qatar. Nel 2017 alcuni lavoratori nepalesi cui la Mercury MENA negava lo stipendio da mesi si sono ritrovati abbandonati in dormitorio senza cibo né denaro. In quattro occasioni le autorità nepalesi sono state informate della situazione, due da diretti interessati e due da Amnesty International, ma hanno ignorato le richieste di aiutarli a recuperare le somme dovute o tornare a casa, nonostante esista un Fondo governativo di assistenza ai lavoratori migranti di 38 milioni di dollari.

Ancora oggi, il governo nepalese non ha inserito la Mercury Mena nella lista nera, dunque nulla vieterà all’azienda di continuare a reclutare e sfruttare manodopera locale. Nel novembre 2017 Amnesty International ha parlato con l’amministratore delegato della Mercury Mena, che ha ammesso il costante ritardo nel pagamento degli stipendi ma ha negato che i lavoratori venissero sfruttati. A suo dire, la Mercury Mena era vittima di partner privi di scrupoli che avevano causato “problemi di liquidità” e una serie di cause sui pagamenti a clienti e appaltatori.

Le comunicazioni tra la Mercury Mena e i lavoratori di cui Amnesty International è venuta in possesso indicano che l’azienda era del tutto consapevole del mancato versamento degli stipendi e continuava a fare promesse che sarebbero stati pagati, promesse non mantenute.

Nel dicembre 2017 e nel gennaio 2018 Amnesty International ha scritto nuovamente alla Mercury Mena chiedendo informazioni aggiornate su quali azioni fossero state intraprese. L’organizzazione per i diritti umani ha poi inviato all’azienda, nel luglio 2018, una sintesi delle sue ricerche, ma non ha ricevuto alcuna risposta.

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