In libreria ci sono due titoli che valgono un Perù (luogo favoloso simbolo di inestimabili ricchezze sotto la corona spagnola). Naturalmente qui non si tratta di miniere d’oro bensì di libri e di ragguardevole valore. Ma procediamo con ordine dagli antefatti. Ci sono stati anni mitici in cui sui canali radio della RAI si ascoltava Proust nelle radiorecite di Giacomo Debenedetti e contemporaneamente Gadda scriveva «inderogabili norme» per la redazione di testi ad uso degli autori radiofonici. Lo si può leggere in due libri da poco usciti: Giacomo Debenedetti, Un altro Proust, edito da Sellerio e Carlo Emilio Gadda, Norme per la redazione di testi radiofonici, per Adelphi. Due librini imperdibili, di poche pagine ma assai divertenti e singolari, in qualche aspetto coincidenti.
In entrambi i casi siamo nei primi anni Cinquanta.

Il gran lombardo, Carlo Emilio Gadda, approda in radio nel 1950, lasciando Firenze per Roma, in cerca di stipendio come neogiornalista radiofonico, come racconta nella informata postfazione al volume Mariarosa Bricchi, curatrice del volume. Gadda trova lavoro in RAI in regime di «provvisorietà semestrale che non esclude un’altra provvisorietà semestrale susseguente, e via via», trovando altrettanta provvisoria dimora «in una camera d’affitto col solito vedovone singhiozzante (una afrosa megera, specie nelle ore mattutine) e con un cane puzzolente». Il trattatello, scritto nel 1953, contiene il decalogo di regole e cautele per chi parla al microfono o predispone scrivendolo un testo per la radio. Le osservazioni preliminari, per esempio, riguardano la sopportabilità massima del parlato-unito, fissata a quindici minuti; oppure il tono accademico o dottrinale tassativamente da escludere. Ci si ritrova persino il Gadda leibniziano cultore delle monadi e della moltitudine: «Il pubblico che ascolta una conversazione è un pubblico per modo di dire. In realtà si tratta di persone singole, di monadi ovvero unità». E poi, avverte l’autore della Cognizione, «l’eguale deve parlare all’eguale, il cervello opinante al cervello opinante»; e attenzione che il radiocollaboratore eviti accuratamente che si manifesti nel radioascoltatore il cosiddetto complesso di inferiorità culturale.  Imperdibile il riferimento alla regola aurea che impone allo speaker di «astenersi in ogni evenienza dall’uso della prima persona singolare io perché si tratta di un «pronome con carattere esibitivo, autobiografante o addirittura indiscreto». Pertanto sostituire sempre all’ «io» il «noi» di timbro «resicontistico neutro». Evitare come la peste l’autocitazione. (Tutto normale, quasi prevedibile, perché per Gadda l’odio verso il pronome «io» non è solo relativo alla grammatica del testo radiofonico e alla scrittura in genere, al fatto linguistico, ma ha radici gnoseologiche. Secondo Gadda l’io è il più lurido di tutti i pronomi perché presuppone unità dove può esserci solo molteplicità. Li chiama «i pidocchi del pensiero». Quando il pensiero ha prurito, dice, si gratta e nelle unghie ci ritrovi i pronomi «io»).
Il vademecum gaddiano può essere letto, attualizzandolo, anche come prontuario di scrittura nella comunicazione giornalistica: entrare subito o quasi in medias res. Ecco alcuni consigli: non tenere sospeso l’animo con lunghi preamboli, con la vacuità; costruire il testo con periodi brevi; non superare in alcun caso, per ogni periodo, i quattro righi dattiloscritti; nobilitare il dettato con i lucidi e auspicati gioielli di un rigo e mezzo rigo. In sintassi procedere sempre per figurazioni paratattiche, coordinate o soggiuntive, anziché per figurazioni ipotattiche, cioè per subordinate, siano esse causali ipotetiche temporali o concessive. Altre prescrizioni. Parentesi e incisi? Da evitare. Così come le sospensioni sintattiche. Soprattutto da evitare le litòti a catena, ossia le negazioni delle negazioni, che anche se «gentile e civilissima figura, risulta ferale all’ascolto e si smarrisce nella giungla dei non». Evitare le rime, «obbrobrio dello scritto e del discorso», così come le allitterazioni involontarie. Infine evitare le parole desuete e i modi nuovi e sconosciuti. Si segnalano interessanti e dotte le note al testo della curatrice, ricche di spunti e informazioni bibliografiche.

Veniamo al librino su Proust. Gadda ammirava nella pagina dell’autore della Recherche il tentativo riuscito di raccogliere nella contemporaneità mentale «cioè in un unico momento espressivo, una folla di immagini cospiranti, convergenti a significazione ricchissima». Sovvengono le causali convergenti in un punto di depressione ciclonica del Commissario Ingravallo nel famoso incipit del Pasticciaccio. Ma torniamo a Proust, che arriva metaforicamente (ma neanche tanto) in radio grazie a Giacomo Debenedetti. Il libro Un altro Proust è la trascrizione di una trasmissione radiofonica andata in onda sul terzo canale RAI nel lontano 1952. Lo editò per la prima volta Giovanni Macchia nello stesso anno con il titolo Radiorecita su Marcel Proust. Giacomo Debenedetti era un critico meraviglioso (e un grande saggista) che molti ricordano (almeno si spera), supremo «rilettore» della Recherche. Mette in piedi un dialogo radiofonico i cui protagonisti sono un critico, una donna, due lettori e il pubblico con lo scopo di raccontare Proust, tra aneddoti, battute e dialoghi. Davvero fuori dai canoni, come scrive la curatrice del volume Eleonora Marangoni, «fuori dai circuiti scontati». Il fine è quello di una divulgazione in chiave più leggera che racconti e attualizzi la lezione di Proust e la sua opera senza ovviamente degradarla. Scrive la curatrice: «Ripartire una buona volta se non da zero, quantomeno da un angolo inedito, da una nuova luce – e abbracciando la semplicità senza rinunciare alla profondità». Per avvicinare Proust al pubblico, soprattutto a tutti coloro per cui la Recherche resta un’opera «non facile a leggersi ma facilissima a ricordarsi anche senza averla letta». Debenedetti voleva – continua la curatrice – con ironia e leggerezza rispondere alle domande: chi è Proust? Cosa ha scritto? Come ha portato a termine la Recherche? E infine cosa può ancora insegnarci? Scusate se è poco, diremmo noi, se lo pensiamo riferito ad una semplice trasmissione radiofonica…

Il lavoro debenedettiano su Proust in realtà non è un unicum. Secondo la Marangoni sono andate perse – o forse no, ma non si trovano – altre radiorecite: come una (che sarebbe quantomai preziosa e sicuramente divertente) su Pascoli, forse andata sovrascritta, come le cassette musicali di qualche decennio fa. C’è da augurarsi che ricercatrici o ricercatori curiosi come la Marangoni non smettano di investigare, per recuperare storie formidabili come questa. In ogni caso, la radiorecita proustiana chiude così: «E dopo quelle cattedrali, che rimarrà a noi lettori di romanzi?» Si chiede il pubblico. E il critico: «I romanzieri ci danno le formule dei fatti. Ciascuno di noi aggiunge, se crede, la sua risonanza di ineffabile. Del resto la storia non è mai passata a lungo senza generare qualche capolavoro. E non saremo certo noi a lasciarci strappare dichiarazioni di sfiducia verso la storia». E aggiungeremo di fiducia verso il lettore, che quel quid ineffabile deve saper aggiungere per dare senso alla lettura, per scorgere il volto dietro le parole.

Ps: Debenedetti ha detto che la Recherche può essere considerata come «un immenso interrogatorio della gelosia». Nota la curatrice che una teoria molto simile a quella espressa nella radiorecita l’aveva già formulata nientemeno che Walter Benjamin vent’anni prima. Per entrambi (Debenedetti e Benjamin) la Recherche è «un alternarsi di interrogatori ossessivi e rivelazioni improvvise, cacce al tesoro consapevoli (e fallimentari) e incontrollabili e decisive epifanie». Esattamente come la vita. E non si leggono forse Gadda, Proust e tutta la grande letteratura proprio per imparare a stare nelle cose del mondo e nella vita? Carlo Emilio Gadda, Norme per la redazione di un testo radiofonico, a cura di Mariarosa Bricchi, Adelphi, 6,00 euro. Giacomo Debenedetti, Un altro Proust, a cura di Eleonora Marangoni, Sellerio, 10,00 euro.

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