E’ una storia di solitudine, di identità, di fuga e d’amore Sembra mio figlio, film di Costanza Quatriglio, cineasta da sempre attenta al cinema del reale. Ed è una storia che discende da una diaspora, quella del popolo Hazara, minoranza che oggi conta otto milioni di persone e che è stata massacrata fin dal 1890 (quando fu ucciso il 62% della popolazione) e costretta alla fuga e alla perdita di identità.

Come raccontare questa storia di mancanza e di ricerca della radice, questo Nostos, questo percorso di ritorno?

Ismail è il fratello minore di Hassan, entrambi fuggiti dall’Afghanistan quando erano bambini. Fin da piccoli si sono abituati, su insegnamento del padre, a camminare separati perché se uno veniva colpito a morte, l’altro almeno aveva qualche chance di salvarsi. Il loro senso di perdita è dunque qualcosa di congenito, un segno che li ha accompagnati da sempre nel loro breve percorso di vita (Ismail ha ventinove anni, Hassan poco di più). E tuttavia questo popolo in fuga è anche molto legato alla propria terra: se si deve morire ammazzati lo si faccia in Afghanistan, per dare un senso alla propria vita e anche al proprio ritorno.

Allora come raccontare una storia di assenze, di mancanze (della madre, del padre, della terra, degli affetti)? Come conciliare questa vita fatta di buchi spaventosi con la nuova vita offerta dall’occidente, apparentemente più libero e positivo? Sì, in occidente si fanno tanti lavori, ci si può illudere di incidere sul proprio destino, scegliendo un amore o il lavoro, ma l’occidente è anche una terra di grandi solitudini. E Ismail vive come segregato in Italia, dove a parte Nina non frequenta nessuno. Là, in Pakistan, la realtà è più dura, e si può scoprire appena arrivati la ferocia di chi ti uccide solo perché appartieni a un’altra razza. Però circolano i sentimenti, e Ismail continua a cercare la madre, della quale nulla sa se non conoscerne la voce, che ogni tanto sente al telefono.

C’è un che di pasoliniano nel film di Costanza Quatriglio, un afflato di umanità silenziosa e muta, che gronda dai volti delle vecchie (o giovani?) madri tra le quali Ismail spera di riconoscere una sembianza familiare. Un paesaggio umano da Vangelo secondo Matteo, con l’asciuttezza del paesaggio circostante, scavato anch’esso, come i volti delle donne, dalla sofferenza e dalla condivisione.

Eppure, il film è molto più di questo: è una lezione di cinema come non se ne vedono nel cinema italiano per il rigore formale, la capacità di raccontare in levare, con pochi dialoghi, inquadrature scarne, fotografia scura e ricca di contrasti, montaggio ellittico e perfetto nel suo rendere una realtà fatta di asperità e disaccordi. Un universo disforico nel quale però non si perde il senso dell’umano. Forse bisogna andare proprio in queste zone profonde della nostra contemporaneità per ritrovare ancora qualcosa di irrazionalmente universale, come la spinta a cercare se stessi attraverso le proprie radici.

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