Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, è preoccupato. Il governo gialloverde cancella pezzi della Buona scuola e a suo avviso – così su la Repubblica il 14 settembre – si tratta di un errore. Non importa che per studenti e docenti la riforma sia un incubo; a Gavosto – e a la Repubblica che gli dà gran spazio – piace tanto.

Dovevamo tenerci il dirigente che sceglie i docenti senza seguire una graduatoria, con clientele che ammorbato le scuole; inchinarci all’alternanza scuola-lavoro, con percorsi privi d’interesse, orari penalizzanti per lo studio, lavoro gratis in qualche azienda; dovevamo subire il preside sceriffo che toglie autonomia ai docenti accumulando funzioni un tempo esercitate dagli Organi collegiali.

È preoccupato Andrea Gavosto, ex membro della commissione cultura di Confindustria, e posso capirlo. Nessuna riforma è funzionale agli interessi di quel mondo quanto quella di Renzi. Capisco meno, lo ripeto, lo spazio che alla Fondazione Agnelli dà – quasi fosse il Verbo – il quotidiano di Scalfari nato con un’attenzione forte ai docenti (spina dorsale del giornale e della sinistra). Oggi non è più così.

Ha sempre ragione Gavosto, soprattutto quando non capisce le proteste degli insegnanti. Tutto cambia. Anche la capacità dei giornali di sintonizzarsi coi propri lettori. La Repubblica è in crisi e calano le copie diffuse (-30,28% da gennaio 2016). Problema serio. Tocca (anche) l’identità della testata. Chiedo: e se fosse ambigua la pretesa di rappresentare la sinistra e, nello stesso tempo, le esigenze di Confindustria? I lettori alla fine capiscono.

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