Quarant’anni trascorsi a coltivare sogni e ossessioni. Quarant’anni spesi tra vittorie e cadute. Quarant’anni dedicati a un unico amore: la pallacanestro. Il 23 agosto 1978 nasceva a Philadelphia Kobe Bean Bryant, ex stella Nba e ultima bandiera dei Los Angeles Lakers. Una carriera agitata da successi, uno scandalo e dall’inestinguibile desiderio di diventare leggenda. Nel giorno del suo compleanno, celebriamo insieme l’ultimo divo dello Staples Center, che dalla prossima stagione vedrà come protagonista in maglia gialloviola quel LeBron James spesso paragonato al Mamba.

L’infanzia in Italia
Nell’estate del 1984 Joe Bryant detto “Jellybean” lascia la Nba e sbarca in Italia seguito dalla splendida moglie Pam, dalle figlie Sharia e Shaia e da un bambino di 6 anni il cui nome ricorda tanto quello di un gustoso taglio di carne giapponese. Vivace e sicuro di sé, il piccolo Kobe segue i palleggi del padre da Rieti alla Toscana, passando per la Calabria sino ad arrivare a Reggio Emilia, dove il babbo fa impazzire il pubblico di Serie A mentre lui riga di lacrime i volti dei compagni della Cantine Riunite: di passare il pallone già non se ne parla. Al bando le leggende metropolitane che vorrebbero Bryant faticare contro i pari età emiliani, a 11 anni quel ragazzetto della Pennsylvania è già un prodigio. E se il fisico deve ancora mostrarsi nella sua evoluzione adolescenziale, la tecnica no, è perfettamente adulta. Insieme alla grammatica italiana, infatti, Kobe studia i fondamentali del gioco, acquisendone le meccaniche e imparando a governare un corpo che comincia ad assumere i tratti di una fuoriserie del parquet.

I Lakers e Phil Jackson
Con la 13esima chiamata del Draft 1996 – lo stesso di Allen Iverson (prima scelta), Stephon Marbury, Ray Allen e Steve Nash – gli Hornets sembrano puntare forte su un 17enne che dei college proprio non ne vuole sapere mentre freme per aggrapparsi ai ferri della National Basketball League. Peccato (o per fortuna) che sotto al cappellino spuntato dei calabroni di Charlotte si nasconda in realtà la visionaria lucidità di Jerry West – allora general manager dei Lakers – che decide si sacrificare il centro serbo Vlade Divac per conquistare i talenti del giovane Bryant. Il piccoletto garba non poco alla dirigenza losangelina e anche Shaquille O’Neal, il colosso che da una manciata di anni sta spazzando difese e ali di pollo da Orlando alla West Coast, è entusiasta del suo nuovo “fratellino”.

Le prime stagioni sono di comprensibile rodaggio. Kobe parte dalla panchina, forza e sbaglia qualche tiro di troppo, ma le qualità esibite alla Lower Merion High School – dove polverizza il record di punti per l’area di Philadelphia firmato da un certo Wilt Chamberlain – non sono certo state un abbaglio. La svolta arriva nell’estate del 1999 e ha un nome, un cognome e sette (and counting) anelli al dito. Si tratta di Phil Jackson, deus ex machina della dinastia Bulls. Dopo 12 mesi di pausa dai fasti di Chicago, il maestro zen torna infatti ad allenare e si ritrova in casa una guardia affetta da agonismo compulsivo (Ricorda qualcuno? Spoiler: Michael Jordan). Jackson lavora parecchio su quel “numero otto” e Bryant ripaga la fiducia con un finale di stagione in crescendo che culmina in gara 4 delle Finals contro Indiana, quando – con O’Neal fuori per falli – è lui a caricarsi la squadra sulle spalle. Kobe ha 21 anni e sta per vincere il suo primo titolo di campione Nba. È solo l’inizio di una dinasty e del three-peat, la vittoria di tre titoli consecutivi. Eppure quell’acuto stona nelle orecchie di Shaq come un campanello di allarme: fino a quando L.A. sarà sua?

Le accuse di stupro e il divorzio da Shaq
Dopo i trionfi del triennio precedente, nella stagione 2002-2003 i Lakers non vanno oltre le semifinali di Conference, dove trovano i San Antonio Spurs di Tim Duncan e Gregg Popovich. C’è tensione nell’aria, lo spogliatoio ha cominciato a farsi troppo stretto, con gli ego di Bryant e O’Neal a sgranocchiare un gruppo a cui il proprietario gialloviola Jerry Buss pensa bene di aggiungere le ambizioni del “postino” Karl Malone e del “guanto” Gary Payton, due veterani a caccia del primo campionato. A increspare definitivamente l’orizzonte di Venice Beach tuttavia non è il mercato, bensì le cronache giudiziarie: il 4 luglio del 2003 Kobe Bryant viene arrestato a seguito dell’accusa di stupro avanzata da una giovane dipendente del Cordillera Lodge & Spa di Edwards, Colorado.

Un caso shock che incendia le cronache internazionali. Il cestista ammette l’adulterio ai danni della moglie Vanessa ma si dichiara innocente e rifiuta le accuse di violenza sessuale. La vicenda processuale tiene banco sino al settembre 2004, quando i legali della ragazza ritirano le accuse, ma la diatriba legale di prolunga sino al marzo 2005, con le due parti che chiudono la causa civile negoziando un accordo pecuniario. Le udienze in tribunale, a dire il vero, non sembrano intaccare il rendimento di un campione capace anzi di sfoderare in questo periodo alcune delle sue più straordinarie prestazioni. Eppure il momento magico dei Lakers è ormai finito: i Play Off 2004 hanno registrato un clamoroso cappotto in finale – si vocifera che a spianare la strada ai Detroit Pistons siano stati i malumori suscitati da alcuni apprezzamenti di Malone all’indirizzo di lady Bryant – e Shaq, che ha già sbattuto la porta, veleggia verso South Beach e i Miami Heat, mandando al diavolo il “fratellino” che tanto aveva amato. Sono gli anni più bui per Bryant. Non per la bacheca personale – nel 2008 alza infatti il suo primo e unico trofeo di Mvp della Lega – ma a livello di squadra i risultati non accennano ad arrivare. Il roster californiano è debole e il titolo sembra un lontano miraggio. Kobe medita di svestire i suoi eterni colori.

Le Olimpiadi e la rinascita
Arriva l’estate 2008, quella di Pechino e dell’8 agosto come data inaugurale. Come al solito, il Team Usa è la squadra più attesa nel panorama olimpico. Eppure gli Stati Uniti ancora sudano freddo per il ricordo di Atene e della lezione impartita a degli imberbi Carmelo Anthony e Lebron James da una dozzina di smargiassi albicelesti guidati da el narigon Manu Ginobili. Questa volta però sono gli argentini a doversi accontentare (bronzo), perché Bryant – indossando la canotta numero 10 in una sorta di tributo agli dei del calcio e ad Alex Del Piero – non fa prigionieri e guida le star di coach Mike Krzyzewski alla medaglia più preziosa. Ripagato (almeno in termini sportivi) il suo debito con la società a stelle e strisce, Bryant – che ha da tempo abbandonato la casacca numero otto in favore della 24 per sottolineare le ore dedicate quotidianamente alla pallacanestro – ricuce lo strappo con l’ascetico Jackson e torna a coccolare i propri sogni di gloria. Affiancato da Lamar Odom e Andrew Bynum, ma soprattutto dal lungo spagnolo Pau Gasol, il 14 giugno 2009 abbraccia il suo primo trofeo di Mvp delle Finals, che vuol dire quarto titolo personale e bis in vista per l’anno successivo. Cinque anelli: uno in meno di Jordan, uno in più di Shaq.

L’infortunio al tendine d’achille
12 aprile 2013. Staples Centre di Los Angeles. I gialloviola stanno affrontando i Golden State Warriors dell’astro nascente Stephen Curry. È una stagione nera per i Lakers che, nonostante l’ingaggio di Dwight Howard – per tutti il miglior big man della lega – e del due volte Mvp Steve Nash, faticano a ingranare. Il lungo di Atlanta, infatti, si dimostra affetto da un’immaturità cronica, mentre sulla schiena del playmaker canadese sembrano calare in un sol colpo tutte le 38 primavere che si porta appresso. I loro sono contratti pesanti, che sommati a quello monstre di Kobe – all’epoca il giocatore più pagato della Nba – sono stati additati dai tifosi come il vulnus delle difficoltà patite ancora oggi dai Lakers (prima della discesa del re-messia Lebron James almeno), ma Bryant continua a giocare un basket celestiale, fatto di classe e orgoglio. Una rabbia ancestrale che si riversa sugli avversari regalando ai Lakers attimi di speranza e stupore. “Kobe è tornato a schiacciare”, esclamano in molti ricordando gli albori di una carriera che l’ha visto persino innalzarsi ad ambasciatore del fondamentale più apprezzato.

Un basket celestiale, già. Sino a quel 13 aprile almeno, quando nel tentativo di superare Harrison Barnes in penetrazione si accascia a terra e il mito sembra infrangersi. Viene accompagnato negli spogliatoi – non prima di aver realizzato altri due liberi – e lì si abbandona al pianto: “Quel movimento l’ho ripetuto un milione di volte”, sussurra masticando rabbia davanti alle telecamere. “Sapevo già che era il tendine d’achille, speravo che il dottore lo smentisse”. Ma non è così. Inizia un calvario, Kobe torna eppure il fisico chiede sempre più spesso una tregua. Supera comunque Jordan, accomodandosi al terzo posto nella classifica dei realizzatori all time, alle spalle di Karl Malone e Kareem Abdul-Jabbar.

Dear Basketball e il farewell tour
Il 29 dicembre 2015, tramite una lettera su The Player’s tribune, Kobe annuncia al mondo il suo addio e dà inizio a un tour di applausi, con le arene di tutta America a tributare il giusto riconoscimento a un giocatore capace di influenzare due generazioni di appassionati e professionisti, conquistandosi il diritto di accendersi un sigaro nel gotha Nba. Non prima però di un’ultima grande esibizione, non prima di aver messo a referto 60 punti nella partita di addio – nessuno mai aveva toccato simili vette nella gara di congedo, il migliore era stato John “Hondo” Havlicek con 27 punti – e non prima di aver suggellato il proprio ritiro con quel “Mamba out” agguantato qualche mese dopo anche da Barack Obama nel suo commiato alla Casa bianca

Sono passati due anni da allora, la lettera (Dear Basketball) si è tramutata in un corto da Oscar, Bryant ha appena intascato 200 milioni di dollari grazie a una bevanda energetica acquistata nelle scorse settimane da Coca-Cola e sta trascorrendo l’estate aiutando Jayson Tatumrookie di rientro da una scintillante stagione con gli “odiati” Boston Celtics – a perfezionare la propria pallacanestro. Di riprendere a giocare a detta sua non se ne parla, ma per Shaquille O’Neal il Black Mamba potrebbe invece presto ripresentarsi in campo. C’è da crederci? Probabilmente no, nel frattempo però i due sono tornati amici e, chissà, magari oggi brinderanno insieme per i 40 anni di Bryant.

Twitter@Ocram_Palomo

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