Fuochi d’artificio e dollari che si sprecano: LeBron Raymone James firma un quadriennale da 154 milioni per i Los Angeles Lakers e da ufficialmente inizio alla lunga estate Nba. I rumors attorno al possibile approdo losangelino del campionissimo americano erano ormai nell’aria da giorni, ma per averne l’ufficialità i tifosi gialloviola e gli appassionati di basket del globo hanno dovuto attendere l’ormai consueto tweet di Adrian Wojnarowski, onnisciente insider della National basketball association.

Prima scelta al Draft 2003 – la notte in cui le franchigie Nba selezionano i prospetti più talentuosi provenienti dai college Usa e dai campionati europei -, King James era il “nemico pubblico n. 1” di una finestra di mercato popolata da Free agent – giocatori giunti a scadenza di contratto, quindi svincolati e liberi di poter selezionare autonomamente la destinazione più gradita e remunerativa – di assoluto livello, nonché obiettivo primario individuato da Magic Johnson – iconico playmaker del Lakers di Kareem Abdul-Jabbar e dello Show time anni 80, oggi barometro della seconda squadra più titolata della Nba (16 campionati vinti contro i 17 degli arcirivali dei Boston Celtics) – per rilanciare le ambizioni di una franchigia ormai finita ai margini dell’impero dall’annuncio del ritiro di Kobe Bryant (2015/2016).

Dopo una prima parte di carriera spesa in Ohio con la maglia dei Cleveland Cavaliers, il ragazzo di Akron – piccola cittadina rurale assai vicina alla città del Rock’n’roll – nel 2010 decise di “portare i suoi talenti a South Beach” e di vestire la casacca n. 6 dei Miami Heat, collezionando nell’ordine cinque titoli di Mvp (Miglior giocatore del torneo: tre stagionali, due della Finals), due campionati Nba e milioni di haters sconvolti dalla scelta di abbandonare la città natia per sposare, invece, un progetto di all star finalizzato alla conquista di “facili vittorie” e all’inaugurazione di una dinastia sportiva. Osteggiato da un’ampia fetta di pubblico pronta a screditarne le pur innegabili doti e a godere delle sue più celebri cadute – su tutte la rocambolesca sconfitta patita nel 2011 nei confronti dei Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki – James ha saputo però riconquistare l’affetto degli appassionati nel 2014, decidendo di “tornare a casa” e indossare i colori degli amati Cavs, completando così un processo di redenzione culminato nel 2016, con l’anello vinto sconfiggendo i Golden State Warriors (attuali campioni in carica) e il regalo alla città del primo successo della sua storia.

Pur vicino alle 34 primavere – da compiere il prossimo 30 dicembre – Lebron James può sfoggiare ancora oggi i gradi del miglior giocatore del globo terracqueo, un titano capace di coprire tutti i ruoli del sistema e di monopolizzare la Eastern conference – divisione orientale di una Lega che, dopo una lunghissima stagione (82 partite) “plenaria”, decide di scindere le sue formazioni fra East coast e West coast, sino ad anteporle nuovamente in una finale al meglio delle sette che vede contrapposti proprio i campioni delle due confederazioni territoriali – accedendo all’epilogo stagionale da ormai 8 anni consecutivi (per rintracciare un simile precedente occorre ritornare agli anni 50-60 e alla dinasty dei Celtics di Bill Russel, uno il cui nome – per intendersi – campeggia oggi proprio sulla statuetta di miglior giocatore della Lega).

Tra le peculiarità di questa scelta, due particolarmente stuzzicanti:

1. James giunge ormai all’apice della propria parabola cestistica in una franchigia storica, sì, ma tutta da rifondare, circondato solo da giovani promesse e qualche veterano. La società gialloviola, tuttavia, rappresenta l’unica squadra dell’intero panorama Nba in grado di aggiungere al proprio roster un altro primo violino (e qui già la fantasia dei tifosi Lakers vola su Kawhi Leonard, star dei San Antonio Spurs).

2. Dopo 15 anni di abbagliante carriera, “L’androide” si prepara oggi al suo debutto nella temutissima Western Conference, pronto a riportare allo Staples Center un titolo atteso ormai dal 2010 e a smentire anche le ultime malelingue. Tra i detrattori più accaniti del talento di LeBron, infatti, molti sono coloro i quali sostengono che il fenomeno americano abbia sinora prediletto un terreno di caccia incapace di generare reali contendenti al titolo, riuscendo proprio per questo a primeggiare e rappresentare con tale longevità l’Est alle finali nazionali.

Comunque vada, preparatevi a godervi lo spettacolo.