Le anticipazioni del rapporto Svimez 2018 sull’economia del Mezzogiorno [qui il pdf] parlano chiaro, anche quest’anno. Se la guardiamo in termini di crescita, il dato del ritardo del meridione può sembrare non drammatico, visto che il resto del paese cresce mediamente dell’1,5% mentre il Sud, nel 2017, cresce dell’1,4%. La lieve ripresa, secondo Svimez, è trainata dagli investimenti privati, ma manca il contributo della spesa pubblica. Insomma, l’Italia cresce, ma a tassi inferiori rispetto ai partner europei, come la Spagna, al 3,1%.

Secondo Svimez “la ripresa della crescita indica insomma alcuni elementi positivi nell’economia meridionale, che ne mostrano una resilienza alla crisi, che pure non è stata omogenea in tutti i comparti dell’economia del Mezzogiorno”. E ancora: “L’apparato produttivo rimasto al Sud sembra essere in condizioni di ricollegarsi alla ripresa nazionale e internazionale, come dimostra anche l’andamento delle esportazioni. Tuttavia, permane il rischio che in carenza di politiche che sostengano adeguatamente l’apparato produttivo e ne favoriscano l’espansione, questo non riesca, per le sue dimensioni ormai ridotte, a garantire né l’accelerazione né il proseguimento di un ritmo di crescita peraltro insufficiente”. Nel frattempo si osserva come il calo cumulato dei consumi delle famiglie nel decennio 2007-2017 sia stato al Sud pari al -9,7%, mentre il Centro-Nord si è riportato sui livelli del 2007.

Questo significa che le risorse sono decisamente più scarse e nega spessore e validità all’ipotesi di presenza di ingenti risorse “occulte” nelle famiglie meridionali, da più parti ventilate.

Quello che Svimez sottolinea è il fatto che, nonostante i chiari segnali di ripresa degli ultimi anni, il Mezzogiorno, se non sostenuto da politiche finalmente mirate e consistenti, rischia una forte frenata nei prossimi anni, dovuta al rallentamento del commercio mondiale e alle maggiori incertezze internazionali, non solo economiche, che potrebbero ripercuotersi sulla crescita nazionale. Occorrono investimenti pubblici, calati in misura sostanziale dagli anni della crisi in poi. Anche e soprattutto in virtù della dimostrata reattività dell’economia meridionale alle politiche di investimento. Sostiene Svimez che “il ruolo spesso evocato nel dibattito di politica economica su efficacia e rilevanza degli investimenti pubblici quale volano dello sviluppo del Paese è, nel Sud, confermato con ogni evidenza”.

L’eventuale recupero dei flussi di spesa pre-crisi a vantaggio del Mezzogiorno avrebbe ricadute ovvie e inevitabili anche sul Centro-Nord del paese in virtù della forte interdipendenza economica tra le macroaree italiane. “Il Mezzogiorno è un primario mercato di sbocco dell’industria settentrionale; il risparmio meridionale è impiegato per finanziare investimenti meno rischiosi e più redditizi nel Centro-Nord; l’emigrazione di giovani meridionali in formazione o con elevate competenze già maturate alimenta l’accumulazione di capitale umano nelle regioni settentrionali”.

I flussi insomma non sono univoci e riguardano risorse molteplici tra cui il capitale umano ad alta specializzazione. Un grafico dotato di grande chiarezza evidenzia il dato dell’interdipendenza economica tra Sud e Centro-Nord, nel primo quindicennio di questo secolo. Esso dimostra, ancora una volta, che la crescita di una macroarea è presente e significativa solo quando si assiste anche alla crescita dell’altra.

Alcune delle ragioni di questa interdipendenza vengono chiaramente illustrate nell’anticipazione del Rapporto Svimez: “20 dei 50 miliardi circa di residuo fiscale trasferito alle regioni meridionali dal bilancio pubblico ritornano al Centro-Nord sotto forma di domanda di beni e servizi”; l’aumento di domanda interna dal Mezzogiorno ha maggiori effetti sull’economia del Centro-Nord; la migrazione dei laureati provoca per il Mezzogiorno una perdita secca di circa 2 miliardi l’anno e la migrazione studentesca sposta nelle regioni del Centro-Nord circa 3 miliardi di euro, con pari perdita per le regioni del Sud.

Ciò, a mio modesto avviso dimostra altresì quanto sia sbagliato pensare in chiave regionalistica a fronte di un comportamento così palesemente sistemico nell’economia italiana.

Non va dimenticato assolutamente che i numeri sulla povertà, la disoccupazione, la fuga dei giovani, la contrazione del sistema universitario fanno del Sud un’area che richiede forti riflessioni e ripensamenti. La crescente precarizzazione del mercato del lavoro e la crescita della povertà assoluta non possono lasciare indifferenti i policy makers. Così come il forte indebolimento della capacità del welfare di supportare le fasce più disagiate della popolazione. Meno diritti sociali, meno benessere per tutti e soprattutto minor percezione di sicurezza e stabilità economica.

Cito Svimez: “Ancora oggi al cittadino del Sud, nonostante una pressione fiscale pari se non superiore per effetto delle addizionali locali, mancano (o sono carenti) diritti fondamentali: in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia”. Infatti, nel 2015, il tasso di copertura di alcuni servizi socio-assistenziali nelle regioni italiane sarebbe stato del 9.1% nel Nord, del 5.3% nel Centro e del 3.6% nel Sud (Svimez su dati Istat). Inoltre, ai dati sulla “migrazione sanitaria”, dovuta alle centinaia di migliaia di meridionali, prevalentemente, che vanno a curarsi negli ospedali del Centro-Nord, si sta aggiungendo quello della “povertà sanitaria”, ossia dovuto alle famiglie che cadono in povertà a causa delle spese sostenute per far fronte a una malattia occorsa a un componente del nucleo. “Nelle regioni meridionali la percentuale sale significativamente raggiungendo il 3,8% in Campania, il 2,8% in Calabria, il 2,7% in Sicilia; all’estremo opposto troviamo la Lombardia con lo 0,2% e lo 0,3% della Toscana”.

Il Professor Guglielmo Forges Davanzati, interpellato per commentare questi ultimi dati Svimez, osserva a margine che la cosiddetta “quarta rivoluzione industriale” (robotizzazione, digitalizzazione dei processi produttivi) avrà ulteriori effetti, che potranno persino incrementare i ritardi del Sud: “L’avanzamento tecnico è uno strumento essenziale per consentire alle imprese (che lo adottano) di accrescere il tasso di rotazione del capitale, acquisendo quote di mercato e profitti attraverso il minor tempo necessario per la produzione e la vendita. Se si pone la questione in questi termini, il vero rischio per l’Italia è un ulteriore ampliamento dei divari fra Paesi che competono innovando e Paesi (Italia, appunto e soprattutto il Mezzogiorno) che provano a competere seguendo una via bassa dello sviluppo, ovvero tramite moderazione salariale e crescente precarizzazione del lavoro. In questi ultimi, se questo è lo scenario, verrà a concentrarsi l’occupazione povera”.

Come facilmente prevedibile, le scelte di questi mesi saranno fondamentali.

Secondo il giornalista Beppe Severgnini: “Il Mezzogiorno non è solo un’occasione mancata. È un rimorso per tutti gli italiani”. E allora, cosa ci accingiamo a fare? Spero non quello che paventa sul Mattino il giornalista Marco Esposito: la Lega sarebbe stata costretta a “ingoiare il boccone amaro del decreto Dignità per portare a casa qualcosa che vale cento volte di più: l’autonomia sprint di Veneto e Lombardia”.

Insomma, come se non ci fossimo detti nulla sui dati del Rapporto Svimez 2018…

[In foto uno scorcio di Otranto]

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