La sedicente politica italiana scorre dall’espressione torva di Matteo (vade retro) Salvini a quella ridanciana di Luigi Di Maio (di Mao, lo ha soprannominato qualcuno per l’abboffata di “rivoluzioni culturali” che pretende di propinarci). Ci si chiede: fino a quando i due ragazzi in carriera – l’uno all’attacco e l’altro a rimorchio (mentre pigola attorno il premier passerotto Giuseppe Conte) – potranno tenere in piedi questa sceneggiata di governo, in cui entrambi recitano la parte degli statisti mentre giocano le loro rispettive partite elettorali? Con grave disdoro, destinato ad accrescersi, di quanti perseguono nell’accreditare l’esperimento gialloverde per quello che non è, avendo come unica carta argomentativa vincente il raffronto con le baggianate/porcate di chi li aveva preceduti.

Ma il richiamo al passato dei tremuli fantasmini (Enrico Letta, Paolo Gentiloni) o dei poltergeist bruciabaracche (e il pensiero corre all’arraffone Matteo Renzi, dall’Air force one alle ville fiorentine) non sono risolutivi – e tantomeno assolutori – in quanto quei leader di cartone operavano in un quadro mondiale il cui barometro segnava – tutto sommato – bel tempo (la presidenza Usa volenterosa e dialogante di Obama, la congiuntura economica favorevole dopo il trauma della caduta del muro di Wall Street). Gli attuali leader “sotto la chiacchiera niente” dovrebbero guidare la povera Italia oltre le secche di catastrofi – queste sì – epocali: il ritorno agli egoismi protezionistici delle nazioni, il collasso del quadro di riferimento continentale, in cui l’Unione ovviava alle debolezze/inadeguatezze delle piccole patrie europee.

Purtroppo i nostri ragazzi meraviglia hanno come unico riferimento di cultura politica i non rimpianti modelli dei partiti acchiappatutto di Prima Repubblica e gli stilemi imbonitori di matrice berlusconiana della Seconda. Non certo le necessarie capacità di  analisi. Per cui stride sentire Salvini che dichiara di “comportarsi come un papà” quando innesca terrorismi di massa contro extracomunitari, che si stanno traducendo in respingimenti di immigrati non “a casa loro” ma qui, a casa nostra: la legittimazione di un fai da te xenofobo che va dalla bimba di un anno ferita con il fucile ad aria compressa al giovane barista senegalese picchiato a sangue a Partinico.

Intanto Di Maio giustifica l’accordo con la Lega sulla presidenza Rai per un noto putiniano, dicendo che il suo essere “sovranista è una bell’epiteto, presente anche nella nostra Costituzione”. Così confondendo sovranità con sovranismo: il cavallo di Troia della strategia di Vladimir Putin per destabilizzare il lato europeo dell’ordine mondiale, visto che quello oltre atlantico già lo controlla avendo vinto le presidenziali americane con l’elezione del ricattabile Donald Trump. E – detto tra noi – il signor Marcello Foa non è il solo giornalista italico simpatizzante con il Cremlino e il suo despota ex Kgb, assai drastico nel modo di far fuori gli oppositori.

La strana coppia reggerà ancora per molto nell’operazione di tenere assieme strategie in divaricazione? Lo scopriremo vivendo.

Intanto stanno entrando in collisione dalle parti di Susa le rispettive narrazioni: l’anti Tav dei 5 stelle, che consolida il rapporto con gli ambientalisti e l’elettorato che identifica le grandi opere nel grande complotto; il pro Tav della Lega, per confermare nei followers l’idea ottocentesca che vira le infrastrutture fisiche di mobilità in chissà quale panacea, intercetta il blairismo benpensante alla Chiamparino e affarismi berluscones. Un groviglio indistricabile trasformato in nodo gordiano (l’opera, seppure inutile su una linea che non ha bisogno dell’alta velocità, procede da decenni e incomberebbero penali allo stop), che qualcuno vorrebbe tagliare con una consultazione popolare. Ipotesi che fa venire in mente precedenti non lontani: sarà ancora una volta il referendum a troncare esperienze di governo in stallo?

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