Da tutte le esperienze, anche dalle più negative, si può imparare qualcosa. Della morte di Sergio Marchionne vogliamo sperare che non ci resti solo il fiume di chiacchiere e gli instant book che spuntano fuori come le raccolte di fumetti estivi. Tutto questo fumo non riuscirà a distruggere quel che di buono e di importante Marchionne ha fatto, per la famiglia Agnelli, la Fiat e l’Italia. Tre ambiti elencati, appunto, in stretto ordine gerarchico, perché se dato 100 il contributo totale di Marchionne, 80 è finito in tasca agli Agnelli, 15 alla Fiat e solo 5 al nostro paese, cioè alla collettività, che purtroppo di riflesso e in misura minima ha potuto giovarsi delle singolari virtù e dell’eccezionale capacità di lavoro dell’italo canadese.

In primo luogo, tutti hanno probabilmente compreso che Marchionne era un manager, non un imprenditore. E tutti, speriamo, dovrebbero aver ora chiaro che le due figure non sono equivalenti, nemmeno affini, svolgono due compiti completamente differenti. In genere, non sono neppure intercambiabili, salvo rare eccezioni: il manager non può fare l’imprenditore e l’imprenditore non è in grado di fare il manager. Benché ambedue siano indispensabili alle imprese moderne (anche a quelle antiche), chi traccia la direzione, chi comanda è l’imprenditore, cioè colui che investe i propri capitali nell’impresa (in verità potremmo anche ammettere, e ci sono casi di imprenditori con poco o scarso capitale, ma la loro azione generalmente è limitata, e quindi non imprenditoriale al 100%). Marchionne come ormai tutti sanno ha fatto un ottimo lavoro, ma nell’ambito degli interessi e delle indicazioni che CdA di Exor, è la società degli Agnelli che controlla FCA. Si è presentato agli occhi della gente come un imprenditore, ma era solo un manager, anche se con doti imprenditoriali certamente superiori a quelle dei suoi datori di lavoro.

Anche se di lusso quindi, Marchionne era un dipendente degli Agnelli, un capo assoluto, strozzato all’interno di un ambito precisato dagli azionisti. In gergo militare (e Marchionne capiva bene quel gergo) egli era il generale in capo, sceglieva e preparava a suo modo le truppe, ma riceveva da Villar Perosa gli ordini su chi combattere, su chi proteggere e quali guerre fare. Negli anni in cui fu a capo delle aziende della famiglia Agnelli, l’uomo dal maglioncino ebbe margini di libertà più limitati perfino rispetto a quelli che ebbe negli anni 50 Vittorio Valletta, il quale, pur inferiore per doti manageriali, riuscì a mettere del tutto in disparte la famiglia. Benché Marchionne fosse un fuoriclasse, egli apparteneva a una categoria, quella dei manager, che non manca anche nel nostro paese (fatto che tra l’altro giustifica le legittime rimostranze di Romiti nella scelta del successore).

Il vero problema però sorge dal fatto che il manager raramente ha facoltà decisionali che spaziano sul lungo periodo. La linea di sviluppo è scelta dagli azionisti (certo in collaborazione con i manager) e può essere revocata in qualsiasi momento. L’ultima parola ce l’hanno sempre i CdA. L’azione dei manager può essere rivista e perfino rovesciata. I manager spesso scrivono sulla sabbia.

Così nei giorni scorsi Exor ha scelto per la successione un certo profilo di manager e pur osannando l’operato di Marchionne, ha ritenuto di mettere alla porta quelli che lui invece considerava più capaci. Ha indicato per FCA un manager inglese e per Ferrari (che a questo punto è il punto di forza di Exor) un signore che viene dal mondo delle sigarette e delle sponsorizzazioni sportive. Manager puri. Non sappiamo se siano altrettanto bravi quanto Marchionne, ma sarà molto difficile che possano avere una personalità e delle visioni altrettanto forti. A prima vista, non sembrano messi lì per tutelare gli interessi della Fiat e della tradizione automobilistica italiana. E se, come temiamo, saranno anche meno abili a far quadrare i conti di Exor, il futuro di Fiat è buio.

Per continuare la strada tracciata da Marchionne ci sarebbe stato bisogno di manager eccezionali, non di buoni esecutori e – soprattutto – sarebbe importante che la famiglia prenda atto della necessità di passare (rapidamente) da una visione conservativa profit oriented, ad una più marcatamente imprenditoriale, investment e innovation oriented. Siamo sicuri che la quarta generazione degli Agnelli avrà gli attributi per fare il salto che nemmeno Marchionne era riuscito a fargli fare?

Ciò che manca in Italia oggi non sono i manager, sicché qualche italiano che guidasse la Fiat si poteva trovare. Quelli che mancano – e drammaticamente – sono gli imprenditori veri, gente che non ha paura di nulla, disposta a rischiare le proprie sostanze, il proprio nome e perfino la propria pelle, per vedere le proprie aziende crescere e vincere. Questo è lo spirito che bisognerebbe coltivare e sviluppare. Ma non è così semplice. Oggi nelle grandi imprese italiane è praticamente scomparso, squassato dalla politica e dalle sue consuetudini. Ancora si trova, peraltro in misura sempre calante, nei piccoli e medi imprenditori, che andrebbero maggiormente difesi e se necessario aiutati a crescere. Anche Marchionne sarebbe stato d’accordo.