Doveva essere lo “scalpo” raccolto dalla sindaca Virginia Raggi da portare ai piedi del ministro Matteo Salvini nel corso dell’incontro previsto nei prossimi giorni. Ma, dopo il pronunciamento della Corte europea per i diritti, lo sgombero di Camping River si sta trasformando per la giunta capitolina in uno dei suoi peggiori incubi.

L’insediamento, uno dei sette “villaggi attrezzati” della capitale – riconosciuto da tutti come quello che garantiva la migliore vivibilità e con il più alto tasso di frequenza scolastica – era stato inserito, con apposita delibera, come primo “campo” da superare all’interno delle azioni previste dal “Piano rom”, quello osannato da Beppe Grillo come un “capolavoro da applausi”.

Imbevuti dalla visione stereotipata che chi abita in un “campo rom” è una persona che (per dirla alla Salvini) sceglie la pacchia, i solerti funzionari del Comune di Roma, capitanati dalla super consulente, hanno scelto come prima azione quella dell’accertamento patrimoniale sugli abitanti. Con loro sorpresa a più del 90% delle famiglie è stato certificato lo stato di indigenza.

Seconda mossa è stata quella di avviare estenuanti – e spesso contraddittori – colloqui tutti terminati con una proposta: “Portate un contratto di affitto e, con un sostegno massimo di 800 euro mensili per due anni, il Comune di Roma potrà garantirvi l’aiuto”. Dopo aver finalmente compreso che nessuno si sognerebbe di affittare un appartamento a chi non ha reddito ma solo la promessa di un aiuto, l’amministrazione comunale, a suon di delibere, ha tirato fuori dal cilindro il rimpatrio assistito. Niente di nuovo sotto il sole, visto che si tratta di una pratica già sperimentata nel 2007 dal sindaco Walter Veltroni e rivelatasi fallimentare perché riguardante solo cittadini comunitari.

video di Angela Gennaro

Dopo le elezioni nazionali – quando l’insuccesso delle politiche previste dal “Piano” era ormai evidente – la svolta sicuritaria a Camping River: distacco delle utenze idriche, distruzione di una cinquantina di moduli abitativi, presidio fisso delle Forze dell’ordine. Il 13 luglio ordinanza a firma Raggi: sgombero entro 48 ore dalla notifica che è avvenuta il 19 e il 20 luglio. Nel testo viene ordinato “l’allontanamento dall’area […] di tutte le persone presenti, a qualsiasi titolo, entro il termine perentorio di quarantotto (48) ore dalla notifica della presente ordinanza, per scongiurare i rischi sulla loro salute”.

Oggi il colpo scena: la Corte europea per i diritti dell’uomo, attraverso l’adozione di una misura di emergenza, ha ordinato al Governo italiano di sospendere lo sgombero. La decisione della Corte è giunta in seguito al ricorso di tre abitanti del “campo”, supportati da Associazione 21 luglio. La decisione della Corte fermerà per adesso lo sgombero, certificando, nero su bianco, come il “Piano rom” della Raggi – oltre ad essere dispendioso, assurdo, impraticabile, insostenibile – finisce per violare gli impegni assunti dall’Italia a livello europeo a fine di garantire un trattamento egualitario dei rom. È una macchia, l’ennesima, di cui si sporca indelebilmente la capitale.

Ma tutto ciò non basta e non può bastare. È giunto il momento, perché moralmente doveroso, di ribaltare la questione. Chi è il vero responsabile del fallimento del “Piano rom”? I rom che hanno rifiutato proposte assurde e per questo su di loro si stava abbattendo la scure comunale? Noi puntiamo il dito anzitutto contro una super consulente inadeguata, designata non si sa bene secondo quali criteri ma con uno stipendio da capogiro. Puntiamo il dito contro la dirigente dell’”Ufficio speciale rom” che coordina le azioni del “Piano rom” e che ha firmato numerosi atti che hanno portato a questa situazione. Puntiamo il dito contro una sindaca, investita ormai pienamente in un processo di completa “salvinizzazione” che la spinge a volare in Romania per ripetere il mantra del rimpatrio come ennesima soluzione per la chiusura dei “campi” romani.

Loro, per punire i rom di Camping River della mancata inclusione, avevano scelto senza scrupoli l’allontanamento di donne e bambini delle loro abitazioni con la forza. Sarebbe troppo se noi, cittadini dell’uno vale uno, chiedessimo per loro l’allontanamento dalle loro poltrone? Senza ruspe, s’intende.

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