Sergio Marchionne se ne è andato. Purtroppo, per il modo in cui le vicende erano state presentate, era chiaro fin da sabato che l’ad di Fca non sarebbe più uscito dalla clinica di Zurigo. Ciò che avevo scritto allora, di fatto già includeva una riflessione finale sul suo lavoro. Per questo, perché nulla è cambiato, lo ripropongo ai lettori.

Tra le tante malattie che affliggono gli italiani del XXI secolo, purtroppo, una delle più diffuse è la mancanza di senso del dovere e delle istituzioni, il rispetto per la distinzione dei ruoli e delle funzioni, aspetti – a ben vedere – intrinsecamente inseparabili di uno stesso problema: l’incapacità di metterci nei panni dell’altro, impediti come siamo a superare l’individualismo particolaristico quale criterio supremo di comportamento sociale. Per tanto che ci sforziamo, non riusciamo a capire il diverso, ad assumere un comportamento spersonalizzato, perché il nostro microcosmo si impone sopra ogni altra cosa. Le ideologie e le giustificazioni soggettive prevalgono sempre. Questa è la situazione nella quale ci si trova anche a proposito di Sergio Marchionne, l’ad di Fca che improvvisamente ha dovuto perdere ogni posto di comando e chissà mai se lo rivedremo.

In particolare nei momenti tragici la propensione all’elogio, a scordare gli aspetti negativi, per dare spazio solo a quelli positivi, è un’altra sfaccettatura dei problemi di cui sopra. E benché non ci siano ignoti i numerosi difetti del Sergio Marchionne manager, vogliamo dire chiaro e tondo che l’occhialuto italo-canadese laureato (anche) in Filosofia, con maglioncino c-neck e cadenza da Little Italy è stato certamente il più grande manager che abbia operato nel nostro paese dagli anni 60 in poi, uno dei più grandi di tutta la storia italiana, certamente il migliore che la Fiat abbia mai visto, al punto che siamo certi che solo uno sbaglio del sistema (o un’emergenza mortale) gli abbia consentito di occupare la scrivania più importante dell’azienda fondata da Giovanni Agnelli.

Infatti, se – come è certo – il dovere principale di un manager è fare l’interesse e la volontà degli azionisti, in questo senso Marchionne fu insuperabile. La Fiat che gli fu affidata era un’azienda tecnicamente fallita, con un indebitamento superiore al patrimonio e comprenderete che in quel contesto essere l’azionista di maggioranza, con il rischio di portare i libri in tribunale da un momento all’altro. Non è una cuccagna, soprattutto per una grande variegata famiglia, abituata a disporre di dividendi importanti e bisognosa di liquidità per sostenere un livello altissimo di spese, non tutte da core business…

Eliminiamo quindi subito ogni dubbio, questo fu il compito prioritario del manager dal maglioncino, il task (come avrebbe detto Crozza-Marchionne) per il quale sarebbe stato profumatamente giudicato e pagato; non certo per risanare la Fiat o men che meno per far ripartire l’industria automobilistica in Italia. Retribuire il capitale della dinasty torinese, ormai poco interessata alle sorti dell’Italia e dell’industria italiana, questo era il suo dovere principale.

E su questo Marchionne si superò, fece un vero e proprio miracolo, dopo che decenni di Gianni Agnelli (grande dandy, persona squisita, ma per il resto…) e di manager «italiani» avevano ridotto la Fiat – che un semplice mezzemaniche come Valletta aveva riempito di denaro – a un’azienda che, se andava bene, pagava i fornitori a 360 giorni, neanche fosse la sanità campana. Come è finita tutti lo sappiamo, nel 2017 la Exor, la finanziaria di famiglia che controlla Fca, ha incassato quasi 1,4 miliardi di euro, con relativi dividendi.

Giustamente qualcuno ora potrà far notare come mai Marchionne, se era così grande, non si sia adoperato per rettificare gli obiettivi dei proprietari, cercando di portarli verso una gestione più attenta agli interessi generali, più patriottica, alla tedesca: attenta ai lavoratori, ai prodotti, all’innovazione e alle finalità etiche (cioè meno profitti, migliori salari e condizioni lavorative più avanzate) di una moderna azienda.

Non lo sapremo mai esattamente, ma per quello che possiamo aver capito di lui, siamo certi che non devono essere mancati i suoi sforzi anche in questa direzione. Ma era un campo minato al di fuori dei suoi compiti, che Marchionne, prima come manager intelligente, poi come immigrato italiano partito da zero, non avrebbe mai potuto permettersi di toccare.

It’s hard to be a saint in the city (Springsteen). Marchionne non era un dandy, né aveva le fortune di famiglia, che, per esempio, consentirono a Carlo De Benedetti di andarsene. Conosceva la storia e in particolare la storia della Fiat e sapeva che mettersi contro la volontà di una famiglia del genere, anche se sei un genio dell’industria automobilistica (Ghidella), non aveva senso, ti avrebbero cacciato dopo due minuti. Marchionne ha cambiato la storia della Fiat per mantenere intatta la storia della famiglia Agnelli. È stato un Romiti senza i difetti del commis di stato e del politicante. Un Valletta americano, un kantiano con il padrone sbagliato. Un grande uomo che avrebbe potuto essere grandissimo, se avesse trovato qualcuno della sua schiatta tra gli azionisti di maggioranza (ma questo è quello che passa il convento del capitalismo italiano). Il maglioncino per il quale passerà alla storia è stato la sua unica forma di dissenso del tutto formale, una protesta molto silenziosa e ininfluente, verso un mondo del quale egli conosceva a fondo le debolezze, ma dal quale non poteva, né voleva allontanarsi.

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