Per l’Anac ci furono “criticità”. Luigi Di Maio dice che il “pasticcio” è “colpa dello Stato”, non dell’Ilva, puntando di fatto l’indice contro il suo predecessore Carlo Calenda, che respinge le accuse definendole “gravi”. Resta il giudizio dell’Autorità nazionale anticorruzione, sollecitata dal governo a vagliare l’iter di gara: sui termini del piano ambientale, slittato durante la procedura di gara, le scadenze intermedie del piano e il rilancio delle offerte le regole sono di fatto cambiate in corsa o non sono state disciplinate in modo dettagliato. Eppure, nel giugno 2017, proprio Calenda – supportato dall’Avvocatura di Stato – diceva che il rilancio presentato in extremis da Acciaitalia per superare l’offerta di ArcelorMital non si poteva proprio accettare in quanto “contrario alle procedure di gara” e poi perché i “Paesi seri non cambiano le regole in corsa o ex post”. L’Anac di Raffaele Cantone, basandosi sui documenti forniti dal Mise, nelle 7 pagine di risposta ha sintetizzato opinioni diverse. Di certo, a un anno di distanza, con l’azienda siderurgica ancora in bilico, i sindacati in agitazione, gli acquirenti in stand-by e il governo che deve chiudere la faccenda in tempi rapidi, l’unico vero vincitore è il Gruppo Marcegaglia che dovrà cedere il 15% delle quote se e quando AmInvestco sarà certa di avere il ‘controllo’ degli stabilimenti e, come aveva spiegato Emma Marcegaglia, ha mantenuto il contratto di acquisto dell’acciaio a lungo termine.

Il primo nodo: il piano ambientale – Il primo nodo evidenziato dall’Anticorruzione riguarda il termine per la definizione del piano ambientale, slittato durante la procedura di gara. In particolare i tempi sono stati dilatati quando la platea di ‘pretendenti’, tra i passaggi delle “offerte iniziali” e quello dell’”offerta vincolate” si era ristretta a due sole cordate: da una parte la vincitrice AmInvestco di ArcelorMittal e Gruppo Marcegaglia, dall’altra Acciaitalia guidata da Jindal. Il ministero chiedeva di verificare se si fosse leso il principio della concorrenza e l’Anac risponde che il ben più ampio arco temporale di realizzazione del piano – slittato da un anno al 2023 – ha senza dubbio modificato in modo rilevante il quadro economico e fattuale. Il periodo più lungo di addirittura sei anni avrebbe potuto spingere più imprese a partecipare alla competizione, aumentato il livello di concorrenza e la qualità delle offerte. Resta, tra l’altro, il giudizio espresso dai tecnici che hanno valutato i due piani esponendo le loro valutazioni (non vincolanti) ai commissari.

Cosa dissero i tecnici a riguardo – Le conclusioni erano state anticipate da Ilfattoquotidiano.it a maggio 2017: “Il piano – scrivevano i tecnici – è coerente con quello del ministero dell’Ambiente ma senza miglioramenti”. Prometteva poi di investire 25 milioni in salute, sicurezza e ambiente, contro i 150 di Acciaitalia e non menzionava l’impatto dell’importazione delle bramme da fuori. Tutte le tecnologie proposte puntavano “ad abbattere l’emissione di anidride carbonica, un aspetto importante ma che non ha effetto sulla diminuzione di gran parte dei fattori inquinanti pericolosi e di allarme sanitario/sociale derivanti dall’uso del carbone”. L’impegno più forte – quello di coprire tutti i parchi minerari primari secondo il piano di Ilva già approvato dal ministero (AcciaItalia vuole modificarlo per coprirli solo in parte, entro il 2021) – prometteva di completare l’operazione nel 2023, cioè in 5 anni. Secondo il piano originario ne servivano al massimo due, come poi effettivamente è avvenuto attraverso un accordo post-assegnazione.

Il secondo nodo: le scadenze intermedie – Il secondo quesito riguardava invece le scadenze intermedie del piano, che non sono state rispettate. La proroga del piano ambientale – spiega l’Anac – non ha fatto venire meno il carattere vincolante delle prescrizioni del ministero dell’Ambiente. E in punta di diritto il mancato integrale adeguamento alle prescrizioni fissate dal ministero potrebbe essere sanzionata con l’esclusione dalla gara. Con una valutazione che spetta al ministero. Una conclusione che – ha spiegato Michele Emiliano – si avvicina molto a uno dei punti per i quali la Regione Puglia ha presentato ricorso al Tar, andando allo scontro frontale con Calenda.

Il rilancio previsto, ma non dettagliato – L’ultimo punto riguarda il rilancio delle offerte, per le quali l’Anac rileva che questo aspetto della gara era stato inizialmente previsto ma poi non disciplinato in modo dettagliato, indicando come questi rilanci avrebbero potuto portare più soldi nelle casse dello Stato. Acciaitalia aveva effettivamente presentato un’offerta di rilancio in extremis: 600 milioni in più oltre agli 1,2 miliardi di euro dell’offerta iniziale, pareggiando il prezzo proposto da AmInvestco che ha pesato per il 50% nel “punteggio” per l’assegnazione. Calenda, all’epoca, aveva spiegato che i concorrenti non potevano modificare al rialzo le proprie offerte economiche: sarebbe servita “una nuova fase competitiva estesa a tutte le componenti delle offerte stesse”. Una conclusione condivisa dall’Avvocatura di Stato alla quale venne chiesto un parere. Ora l’Anticorruzione sottolinea che, a suo avviso, era stati previsti ma non disciplinati in modo dettagliato.

Il Gruppo Marcegaglia, l’unico vincitore (per ora) – A un anno di distanza, mentre regna l’incertezza, l’unico vincitore resta Marcegaglia: il gruppo ha il 15% delle quote di AmImvestco, che dovrà cedere completamente come stabilito dall’Antitrust Ue. L’allontanamento parziale era già stato previsto subito dopo l’assegnazione, poi a dicembre 2017 Mittal aveva firmato un accordo “non vincolante” per l’entrata nella cordata di Cassa Depositi e Prestiti con una quota pari al 5,6%. Il resto delle azioni di Marcegaglia potrebbe finire invece a Intesa Sanpaolo, istituto di credito con cui il Gruppo era pesantemente esposto. E a sua volta, la banca è tra le prime creditrici di Ilva. In ogni caso, il passaggio verrà perfezionato quando sarà ufficiale il subentro nella gestione degli stabilimenti. In tutto questo, come confermato da Emma Marcegaglia dopo la pronuncia dell’Antitrust Ue, il gruppo ha mantenuto “il contratto di acquisto della materia prima a lungo termine”. Acciaio a buon prezzo, insomma. “Era la parte più interessante – spiegò – la parte più strategica“.