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Nissan, mea culpa sulle emissioni: “In Giappone misurazioni fuorilegge”

La casa nipponica ha ammesso, per bocca del suo direttore operativo Yasuhiro Yamauchi, di aver condotto verifiche tecniche sui livelli di consumi ed emissioni non conformi a quanto prescritto dal Ministero dei Trasporti giapponese. In particolare, di aver utilizzato personale non qualificato e strumenti non calibrati in maniera consona agli standard per i test su ben 19 modelli dal 2013
Nissan, mea culpa sulle emissioni: “In Giappone misurazioni fuorilegge”
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Nuovo capitolo nello scandalo emissioni: stavolta a essere coinvolta è la nipponica Nissan, che ha ammesso di aver misurato in maniera non conforme agli standard di legge i dati relativi ai consumi di carburante – e ai relativi livelli inquinanti – di ben 19 modelli venduti in Giappone.

Più precisamente, le verifiche tecniche sono state condotte in difformità con quanto prescritto dal Ministero dei Trasporti giapponese in tema di condizioni climatiche, velocità di marcia e durata dei test. La stessa strumentazione adoperata per le verifiche era fuorilegge in quanto non calibrata in maniera consona agli standard. Le prime alterazioni risalgono a 5 anni fa, ma non è attualmente escluso che ci possano essere delle illegalità precedenti al 2013.

“Questo è un problema serio e profondo per la nostra azienda. Ci rendiamo conto che la nostra consapevolezza riguardo la conformità rimane carente”, ha dichiarato il direttore operativo della Nissan Yasuhiro Yamauchi, spiegando che in tempi molto brevi verrà messa in piedi una nuova indagine che chiarisca perché le verifiche di rito non rispettassero i parametri di legge locali. In Borsa il titolo Nissan ha perso il 4,5%, calando al valore di 1.000 Yen per azione, il più basso registrato nell’ultimo anno. Male anche l’alleata Renault, di riflesso in flessione dell’1%.

Il mea culpa di Nissan arriva alla fine di un’indagine interna avviata dopo che il costruttore aveva dichiarato, a ottobre 2017, delle irregolarità nei processi di omologazione dei propri veicoli: in pratica, la casa madre faceva certificare a personale non autorizzato (apprendisti non ancora abilitati dallo Stato) il superamento di alcuni collaudi obbligatori in Giappone. Ne era scaturito un maxi richiamo da 1,2 milioni di auto.

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