Filippo Andreani non è indie, ma indipendente nel senso più vero del termine. La sua esperienza nell’autoproduzione parte da quando, ancora giovanissimo, decise di formare un gruppo punk chiamato Atarassia Grop. Con loro cinque album, centinaia di concerti in tutta europa. Filippo Andreani ama il calcio. È stato un ultras. Ha smesso quando ha visto che lo spirito originario dell’essere ultras, di quella fratellanza, ha lasciato spazio ai simboli nazisti. Ai coltelli. Al business. Da tempo è un cantautore. Di stampo classico. Francesco De Gregori, Ivano Fossati, Fabrizio De André, Umberto Bindi tra i suoi numi tutelari. Ma non ha dimenticato il calcio e le sue leggende. Tanto da farne argomento centrale di questo lavoro discografico chiamato Il Secondo Tempo, finalista al Permio Tenco nella categoria Miglior album.

1. Punk/canzone
“Mi sono innamorato della musica ascoltando alcune canzoni nelle cassettine di mio papà. In particolare, ascoltavo a ripetizione La Leva calcistica di De Gregori, A muso duro di Pierangelo Bertoli e una versione dal vivo di Blue tango di Paolo Conte, quella con un sax meraviglioso all’inizio che lui presentava cosi ‘Al sax, Antonio Marangolo‘”. Ma l’amore vero è arrivato verso i 16 anni: un amico mi ha fatto ascoltare Emilia paranoica dei Cccp e da li è cambiato tutto.

Ho suonato punk dal 1993 in poi. Da quella esperienza ho imparato soprattutto tre cose: che la sincerità, se scrivi canzoni, è un dovere; che avere opinioni è importante ma non è abbastanza: bisogna avere il coraggio di esprimerle. E poi che non c’è nessuna differenza tra chi sta sopra o sotto il palco. Nel frattempo ho sempre ascoltato la canzone d’autore, soprattutto italiana. E ho iniziato a scrivere in un’altra forma. Scrivere è una cosa irrinunciabile. Divento proprio vittima della mia penna: se non trovo una parola sono capace di stare sveglio tutta la notte. E poi quando la trovi è bellissimo”.

2. Provincia
“Sono molto legato al posto dove vivo. La provincia è una musica senza le parole; poi se vuoi le parole le inventi tu, ma intanto stai bene. Invece la città, intendo le grandi città, mi sembrano un mucchio di parole senza musica”.

3. Pallone
“Nelle mie canzoni parlo tanto di calcio. Soprattutto perché mi fa ripensare a quando ci giocavo, da bambino. A 21 o a muro o nella squadra del paese. Ero un discreto scarpone. Il calcio è una metafora perfetta della vita. Certo, nel mio immaginario c’è un calcio dove ci giocano galantuomini, dove sugli spalti c’è il popolo, senza le televisioni e senza i bauli d’oro. E soprattutto c’è il concetto di gioco. Si dice sempre “giocare a pallone”, capisci? Non si dice per esempio “giocare a salto con l’asta” o “giocare all’atletica”. Ci sarà un motivo!

Hai presente quando i bambini giocano a pallone? Cominciano dopo pranzo e finiscono quando la mamma li chiama. In mezzo, c’è la guerra. A volte fanno anche tutti contro tutti. Non gli verrebbe mai in mente di fare partite con due tempi e l’intervallo in mezzo. Ne giocano uno solo. Loro non lo sanno ma è il secondo tempo! Ecco da dove arriva il titolo del disco: è l’unico tempo giocato. È la vita“.

4. Moda
“Certo, scrivere di Gigi Meroni o di George Best o di Stefano Borgonovo o di Beppe Viola, di Gianni Brera, non è esattamente assicurarsi un posto al Festivalbar. Però sento il bisogno di parlare di loro, quasi fosse un dovere. Insomma, scrivere una canzone è il minimo da fare quando ami qualcosa o qualcuno. Questo vale sia per chi si innamora di una donna, sia per chi – come me – si innamora di calzettoni abbassati, di maglie fuori, di barbe incolte, di sciarpe al vento, di zuppe pavesi, di bicchieri di vino e più in generale si innamora di chiunque abbia – se non scritto – fatto poesie.

Poi, sai, bisognerebbe anche essere alla moda, ma non ci riesco. Mi viene sempre in mente Bertoli quando diceva “e poi magari vestirmi come un fesso e fare il deficiente nei concerti”. Non lo so, preferisco mostrarmi come sono, anche musicalmente, accettando tutti i limiti del caso”.

5. Vinile
“L’uscita ufficiale del disco era stata anticipata da una pubblicazione limitata a 500 copie in vinile, con una grafica memorabile curata da Osvaldo Casanova. Solo 500 copie, consegnate da me o da amici soltanto a una trentina di negozi di dischi in giro per l’Italia Il messaggio era: ‘Volete il mio disco? Bene, vi ringrazio, ma andate a prenderlo nei negozi di dischi altrimenti chiudono!’. Il disco fino a quel punto era completamente autoprodotto e questo per me, che arrivo da un mondo in cui il do it yourself  è sacro, è un grande motivo di orgoglio”.

6. Amici
“Fare un disco è una cosa bellissima. È come preparare una cena leggendaria e avere a disposizione due casse del tuo vino preferito. Cosa fai, non inviti gli amici? E cosi nel disco c’è Valerio Mastandrea che recita una introduzione memorabile, c’è Militant A degli Assalti frontali che canta con me in Ninin, c’è Eugy dei Bull brigade (un gruppo punk di Torino) ne Il cielo di Superga, ci sono i Klaxon (uno dei primi gruppi punk di Roma) che fanno il coro finale in Come se nulla fosse (la canzone che ho scritto in ricordo di Roberto Perciballi, cantante dei Bloody riot) e c’è Ezio Vendrame, che recita l’outro del disco, una cosa che tutte le volte che lo ascolto muoio. Ezio è un poeta vero, e si sente.

E poi c’è il produttore artistico, che è Guido Guglielminetti, uno che non ha bisogno di presentazioni. Da lui ho imparato tantissimo e sono felice di poterlo chiamare amico, oggi. Fa parte della squadra ormai. Vorrei farne altri 20 di dischi, con Guido. E poi ci sono i musicisti, tutti meravigliosi. Gli operai del rock’n’roll. Quando si fa un disco sono loro che salgono sui ponteggi, che mettono su i mattoni. Poi finisce che sul citofono della casa c’è solo il mio nome ma mica l’ho costruita da solo. E in quella casa, in questo disco, ci sono dentro i miei sogni. Chissà se si avverano. Come diceva il grande Joe Strummer: ‘Il futuro non è scritto’”.