In questi giorni tutto il mondo pare in apprensione per la vicenda dei ragazzi intrappolati in una grotta in Thailandia. Si moltiplicano le offerte di aiuto che giungono ai soccorritori da varie parti del mondo compresi i vigili del fuoco italiani coi loro reparti sommozzatori. Negli stessi giorni al largo della Libia qualche centinaio di migranti muore. Tra loro alcuni bambini. Le emozioni che queste morti suscitano vanno dal senso di assuefazione fino a una malcelata soddisfazione. “Ben gli sta! Così imparano e smettono di partire! Se dieci muoiono, ebbene dieci in meno!”.

Come è possibile che l’umana solidarietà ed empatia che si prova per gli uni si trasformi in rabbia e aggressività per gli altri? La risposta, apparentemente semplice, è perché ci tocca da vicino e incide sulla nostra vita. In realtà ritengo sia molto più complessa. Bruno Bettelheim, psicoanalista ebreo fuggito negli Usa, descrive in alcuni suoi libri l’esperienza di tre anni nei campi di concentramento nazisti. La vicenda più strana che racconta è legata al fatto che tra i peggiori aguzzini vi fossero alcuni tra gli stessi prigionieri. Sembrerebbe inconcepibile ma, invece, risulta che alcuni capi baracca (eletti dai nazisti fra le persone segregate) divenissero essi stessi tremendi dispensatori di torture fisiche e mentali verso gli altri. Per ingraziarsi le guardie o per rimarcare le distanze verso i loro “sottoposti” agivano in modo crudele pur essendo essi stessi ebrei internati in campo di concentramento.

Lo psicologo Philip Zimbardo ha descritto un famoso esperimento in cui persone normali, scevre da traumi o patologie, venivano coinvolte a svolgere i ruoli di carcerati o carcerieri. L’evidenza di questo esperimento e di altri analoghi è la così detta “Banalità del male” o “L’effetto Lucifero”. I carcerieri per finta erano pronti a torturare in modo reale e crudele i carcerati per finta. Si tratta della tendenza di ogni essere umano, posto in un gruppo, ad assumere un ruolo non più di individuo – con la sua naturale propensione a provare pena ed empatia per gli altri – ma di esecutore delle direttive del capo cui viene delegata ogni decisione e responsabilità. Questa tendenza definita da Gustave le Bon come “deindividuazione” è stata descritta in modo psicoanalitico da Wilfred Bion nelle sue teorie sui gruppi.

Se il capo branco decide il gruppo si sente, finalmente, scaricato da ogni senso di colpa, delega a lui tutta la responsabilità ed è pronto a lasciare emergere gli istinti primitivi di aggressività e rabbia. Questo senso di liberazione collettiva dai sensi di colpa sembra la spiegazione più razionale alla fascinazione esercitata da Adolf Hitler, Benito Mussolini e vari altri dittatori su folle oceaniche e sui popoli. Alla fine 20 milioni di anni di sviluppo genetico, dalla scimmia antropomorfa all’Homo sapiens, hanno la meglio su 200mila anni di passaggio dal primo homo sapiens alla civiltà.

Le reazioni a questo post, presumibilmente, non saranno individuali ma gruppali in quanto la società italiana, in questo momento storico, si sente divisa in due fazioni. Da una parte coloro che, a prescindere, sono contro il capo branco che attualmente detta la linea e dall’altra coloro che lo seguono costi quel che costi delegando a lui le decisioni e non sentendosi in colpa se, a volte, paiono disumane. Vorrei stimolare nel lettore la ricerca di una “re-individuazione” in cui ognuno alimenti dentro di sé il dubbio e la ricerca, difficile, di una visione umana delle vicende storiche. La questione immigrazione è complessa, non esistono soluzioni semplice o meglio sempliciotte e interroga ognuno di noi rispetto ai suoi valori e alle sue paure.