Il comico che ha espresso alcuni tra i pensieri politici più innovativi e incisivi nell’Italia del nuovo millennio, ha sorpreso tutti un’altra volta, abbracciando la tesi della demarchia. Accolgo con entusiasmo questa proposta, che molti ritengono un po’ bizzarra. Da alcuni anni sostengo – anche su questo blog – la necessità di salvare la democrazia, superando il sistema rappresentativo che si è consolidato dopo la rivoluzione americana di fine Settecento ma oggi in crisi, con l’adozione del sorteggio per scegliere chi deve legiferare, chi governare e chi giudicare. Se entrambi apprezziamo le bizzarrie, sarà perché abbiamo frequentato la stessa scuola elementare, lui un paio d’anni prima di me?

Se ogni astensione, scheda bianca e nulla fosse stata attribuita al Partito del nulla, questo partito sarebbe in grado di governare da solo, dopo le ultime elezioni. Né l’astensione, né il nulla preoccupano la politica (al di là degli appelli di circostanza) perché contano zero nell’esito elettorale. E all’unisono la politica militante ha liquidato alla svelta la proposta di Beppe Grillo. Siamo sempre sicuri, però, che votare sia ancora democratico? E davvero pensiamo che le elezioni in cui solo metà o poco più dei cittadini si esprime, siano più democratiche del sorteggio?

Mi sono accostato alla democrazia a sorteggio da qualche anno, mentre scrivevo il mio nuovo libro, Morte e resurrezione delle università, in uscita tra qualche giorno nella versione in lingua italiana, entro la fine di agosto anche in inglese. È ispirato al trentennale della Magna charta universitatum e dedica un intero capitolo al sorteggio democratico, poiché la democrazia è in crisi anche in questa istituzione millenaria. Il metodo del “sortition” calza a pennello per tutte le comunità composte da individui omogenei, come le università, dove il campione rappresentativo (i docenti disposti a impegnarsi, temporaneamente, in quel ruolo) renderebbe il sorteggio degli organi di autogoverno del tutto agevole, oltre che ragionevole. E ci sono molte comunità siffatte, dove il sorteggio sarebbe oltremodo democratico; per esempio, al fine di scegliere i membri degli organi di autogoverno della magistratura.

Le cose sono un po’ più complicate se il campione deve rappresentare un mondo complesso, come una nazione. In questi casi, la risposta è un sistema misto che contemperi l’elezione con il sorteggio. Prendiamo il Senato, che ha 315 membri. Nell’ultima tornata circa i tre quarti degli elettori sono andati alle urne e un quarto non lo ha fatto. I senatori eletti sarebbero quindi 315×3/4=236, raccogliendo quel che si è seminato. Gli altri 79 potrebbero essere sorteggiati da un campione molto ampio di volontari, che rappresenti la complessità della società: 38 uomini e 41 donne tanto per cominciare, rispecchiando la composizione di genere della cittadinanza. Il primo effetto è il rispetto dell’uguaglianza di genere, parecchio umiliata in ogni tornata e della diversità culturale. Il secondo, la maggiore stabilità del sistema legislativo e, perciò, un maggior equilibrio dell’esecutivo. Più gente viene convinta a votare da chi fa politica, meno saranno i senatori sorteggiati. E vale anche il contrario.

La demarchia non è un paradosso. Senza ricorrere all’Atene di Pericle, alla Repubblica di Venezia e alla lezione illuminata di Montesquieu, molto studiosi – anche italiani – hanno dimostrato come una quota di parlamentari scelti con il sorteggio aumenti l’efficienza e la produttività dell’organo legislativo. Più casualità non è una ricetta irragionevole, ma una cura fondata su rigorose analisi statistiche. Perché, come sappiamo dalla fisica, c’è un ordine dentro al caos. E la cura scalda il cuore di chi ha cara la democrazia. Forse il Parlamento guadagnerebbe davvero in stabilità e saggezza dal contributo di cittadini senza etichetta, disponibili a un breve soggiorno romano per adempiere a un impegno non rinnovabile.