La spiaggia, come il parco giochi, è il luogo per eccellenza dove tutto accade: riproduzione in piccolo delle sfumature di una società. Spesso mi è capitato di vedere bambini pranzare con confezioni maxi di patatine, fare merenda con un pacchetto di Ringo, dissetarsi solo con bibite gassate, essere pungolati per lo spuntino del pomeriggio, quasi che il mettere qualcosa sotto i denti tenendo le mascelle allenate ogni due ore, sia una condizione sine qua non della crescita di un bambino.

C’è la percezione che laddove non arriva più – per età – il ciuccio, ci sia bisogno di “riempire” metaforicamente la bocca dei propri figli con il cibo, per levarseli di torno o semplicemente per farli tacere. Spesso succede che l’offerta mangereccia conciliatoria arrivi dopo una sfuriata o un capriccio del piccolo, un diversivo a portata di mano per distrarli.

Oltre a un modo per tenerli a bada è anche un fattore culturale. L’Italia che ancora si crogiola su certe intramontabili leggende metropolitane, tipo mangiare per due in gravidanza, concepisce l’immagine dei bambini come quei putti del Correggio, grassottelli e paciosi. Un bambino deve mangiare, perché quando non lo fa scatta l’allarme del parentado, che lo stalka con dieci Ruote Barilla al sugo infilate in forchetta o intercede concedendo pasti davanti al tablet. Tutto, purché il pupo si sazi anche se poi, il più delle volte, il diretto interessato non ha bisogno di essere ingozzato come un’oca da foie gras.

L’amore rende ciechi? È questo il titolo di una ricerca condotta dall’Università di Padova e pubblicata sulla rivista internazionale Obesity, in cui si indaga sulla percezione e consapevolezza delle madri rispetto al sovrappeso o obesità dei propri figli. Il risultato è che un po’ dappertutto le madri non si rendono conto, non vedono, o più semplicemente rimuovono, che i loro figli hanno già un problema fisico (e di salute).

Le cause sono tante: le madri che lavorano di più e hanno meno tempo di cucinare, la comodità del cibo pronto pieno di conservanti ex, i nonni vagamente rincoglioniti che viziano i nipoti anche a livello di porcherie, l’incapacità di restare fermi su certe abitudini alimentari, la sedentarietà dei bambini che invece di correre in cortile stanno ore sul telefono, ecc.

Un bambino sovrappeso è un bambino che mangia male o troppo, la scusa della “costituzione robusta” è uno specchietto per le allodole che vuole giustificare più chi lo dice; nella stragrande maggioranza è il risultato del disinteresse o dell’indolenza dei genitori.

E sebbene la colpa sia imputabile interamente ai genitori, lo scherno e la burla finirà per ricadere sulle spalle dei bambini, futuri adolescenti, perché non c’è niente di più scontato che apostrofare “ciccione” un ragazzino sovrappeso, toccando livelli di inaudita ferocia. E l’eco di quelle derisioni collettive – ora sempre più amplificate sui social – restano attaccate nelle grinze della memoria per sempre, plasmando la personalità in modo permanente.

E’ contro natura che un bambino sia grasso, basta poco per deviare la curva, ma bisogna che i genitori si prendano carico delle proprie responsabilità dicendo più no, ed eliminando l’utilizzo di patatine, merendine e vaccate in generale come sostituti del pasto.

Perché è vero che ogni scarrafone è bello a mamma soja, ma potrebbe non esserlo per il resto del mondo.

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