Da parecchi anni si è formata una preoccupante frattura tra consenso scientifico e opinione popolare. Circa un terzo degli americani è scettico sul fatto che l’umanità sia la responsabile principale della velocità con cui si stanno manifestando i cambiamenti climatici. La diffusione di alcune malattie infettive sta aumentando anche perché si è propagata tra la gente una convinzione anti-vaccinazione, priva (del tutto o quasi) di fondamenti scientifici. E tra la popolazione mondiale si espande il credo anti-evoluzionista, fondato su una rinnovata fede creazionista. Perché?

A questo proposito, un recente studio americano – pubblicato da Matthew Hornsey e Kelly Fielding su American Psycologist – cerca di capire le ragioni del rigetto della scienza. È troppo facile liquidare il fenomeno con il bollino dell’ignoranza o lamentare un deficit di comunicazione scientifica. Né serve accusare la disinformazione da parte dalle lobby interessate a inquinare l’aria e l’acqua, produrre diserbanti alternativi o predare le anime. Se molte persone sono motivate a rifiutare la scienza, servirà ben poco la denuncia fine a se stessa o qualunque esperimento mirato a ribadire la validità di conoscenze che costoro contestano.Per capire i motivi di questo atteggiamento vale la pena di esaminare le “radici delle attitudini”, cioè le paure e le ideologie, le visioni del mondo e le esigenze di identità che sostengono e motivano ogni atteggiamento superficiale e aprioristico, come lo scetticismo climatico e il creazionismo, per non citare le scie chimiche.

L’anti-scienza ha la sua radice nell’attitudine profonda che consente agli atteggiamenti superficiali di sopravvivere anche quando sono messi alla berlina da esperimenti o dall’evidenza, quantitativa o qualitativa che sia. Queste radici comprendono la visione del mondo, l’ideazione delle cospirazioni, i legittimi interessi, l’espressione dell’identità personale, il bisogno d’identità sociale, le paure e le fobie. Come vanno affrontate e controbattute queste radici? Prima di tutto, bisogna possedere salde basi scientifiche. Ma non basta: ci vuole qualcos’altro, per ribattere in modo adeguato. Una risposta efficace e duttile potrebbe scaturire da un modello di persuasione “jujutsu”. Un modello che persuada a cambiare idea attraverso un allineamento alle radici dell’attitudine, anziché in competizione con loro.

Il jujutsu è un’arte marziale giapponese che insegna a usare la forza dell’avversario contro l’avversario stesso, anziché cercare di sconfiggerlo con la propria forza bruta. Per esempio, molti clima-scettici ritengono le politiche e i protocolli climatici un pericolo per la crescita economica. Nello stesso tempo, tendono ad ammettere che gli sforzi di mitigazione un certo valore lo abbiano – pur ritenendoli del tutto inutili ai fini climatici – perché ne riconoscono un effetto di accelerazione sulle tecnologie verdi e sulla creazione di posti di lavoro verdi. E qualche volta si convincono perciò a sostenere quei protocolli.

Jujutsu, che si traduce come tecnica “gentile” o “flessibile”, individua negli argomenti dell’interlocutore la propria forza. In fondo, non è altro che la lezione di Socrate. Alla dolcezza egli associava la tecnica dell’ironia, con cui consentiva all’interlocutore di impostare il discorso seguendo il proprio punto di vista e le proprie motivazioni. Per poi affiancarsi a lui nel gestire il discorso quasi aiutandolo e confermando le sue posizioni. E arrivare così a trarre con lui le conclusioni che dimostreranno non tanto la fondatezza delle ipotesi proposte, bensì l’infondatezza degli stessi capisaldi di partenza. Insomma, l’esatto contrario di quanto avviene in un talk show odierno, dove i telespettatori sono incitati al twittaggio e al likeggio.