Dopo mesi di campagna elettorale e 80 giorni di attesa post voto, siamo giunti al punto di saturazione davanti a certi slogan, il cui solo obiettivo, inutile nasconderlo, è quello di anestetizzare la piazza davanti alle sfide che il Paese è chiamato ad affrontare. Appare chiara la difficoltà del nuovo governo a cambiare il registro e la scelta di mantenere intatta la drammatizzazione di un Paese in macerie e la messinscena del consenso da mostrare sui social e da dare in pasto ai media.

Non è un segreto che chi fa sbaglia, ma chi comunica non sbaglia quasi mai.

Dai suoi primi vagiti, il nuovo governo sembra prestare particolare attenzione a coprire le debolezze e le contraddizioni del “Contratto per il Governo del cambiamento”, non riuscendo e non volendo andare oltre alla narrazione, all’apparenza, all’esercizio formale di se stesso. Da questo punto di vista fa scuola il neo ministro Matteo Salvini che sembra volutamente essersi dimenticato il disco rotto dal grammofono elettorale: “Stop immigrazione, rimpatrio dei clandestini, lotta alle ong che operano nel Mediterraneo, ruspe per i campi rom”.

Salvini è uno di quei giocatori senza scrupoli, sempre all’attacco, abile nell’alzare costantemente la posta, anche quando il gioco potrebbe saltare e il prezzo dei “perdenti” risultare salatissimo. Insediato come ministro dell’Interno, le prime sue affermazioni hanno riguardato le ong che salvano le vite in mare – qualificate come “vice scafisti” – e la necessità di tagliare i soldi dell’accoglienza degli immigrati per porre fine alla “pacchia” dei “clandestini”.

Salvini altro non ha fatto che esercitare un’oralità del disprezzo che ha tra i suoi obiettivi quello di parlare ad un Paese confuso e spaccato, facendo credere ai disoccupati e ai precari italiani che tagliando i costi dell’accoglienza e buttando giù i campi rom, la loro situazione migliorerà. Il problema, dunque, non è un debito pubblico in costante crescita o l’assenza del lavoro, ma la sciagura incarnata da immigrati e rom. E’ questa la favola su cui si fonda il suo potere perché l’allarme migratorio è il pilastro che sorregge la “maschera salviniana”. L’una tiene in vita l’altra. La fine dell’una decreterà la morte dell’altra. Ogni sbarco, ogni crimine perpetrato da un immigrato (meglio se rom o “clandestino”), ogni atto contro il decoro urbano che vede protagonista uno straniero (come quello immortalato nel gesto di spennare un piccione), è ossigeno per la sopravvivenza della sua immagine (e dei suoi voti). Vitale poi farne un rivolo avvelenato da immettere sul fiume dei social per intossicare l’esistenza e le scelte di cittadini senza anticorpi, gli stessi che finiscono per imbracciare un fucile per il tiro al bersaglio contro il nero di turno. Anche se si tratta, come accaduto nel Vibonese, di un povero ragazzo in cerca di lamiere per la sua baracca.

Per questo, finita la campagna elettorale, Salvini fatica ad indossare i panni di ministro della Repubblica. Ne va della sua sopravvivenza politica la necessità di mantenere alto l’allarme sulla questione legata ai flussi migratori i cui numeri, in realtà, contrariamente alla narrazione leghista, si stanno contraendo. Secondo i dati del Viminale da diversi mesi gli sbarchi sono in calo. Sullo smantellamento del sistema di accoglienza non dimentichiamo che fu proprio la Lega, con la Bossi-Fini del 2002, a porre le basi dell’attuale sistema di accoglienza decentrato ed è curioso che sia Salvini a chiedere di rimetterlo in discussione. Anche sui 5 miliardi da tagliare, Salvini ha la colpevole consapevolezza di prendere in giro gli italiani. Secondo i dati della Banca d’Italia e della Corte dei Conti nel 2016 i costi per la sola accoglienza sono stati 1,7 miliardi di euro con un leggero incremento nel 2017.

Siamo troppo distratti per accorgerci dell’esistenza di un debito pubblico che sta montando e che va oltre il mondo della finanza.

E’ un debito pubblico morale che stiamo caricando sulle spalle dei nostri figli e che il ministro Salvini sta facendo lievitare attraverso una narrazione tossica finalizzata a convincere i nostri concittadini sulla necessità di eliminare gli sbarchi, tagliare i costi dell’accoglienza, rispedire i “clandestini” a casa loro, ponendo fine alla loro “pacchia”, sgomberare i campi rom. Solo così l’Italia tornerà a ripartire e la qualità della vita migliorerà!

Come per ogni debito, raccoglieremo i frutti amari del suo interesse nel prossimo futuro. Il giovane immortalato mentre scatta un selfie con alle spalle una donna appena investita alla Stazione di Piacenza è l’immagine simbolo della condizione del nostro Paese, che registra, nel panorama europeo, la punta massima dell’utilizzo dei social. E sui social chi la fa da padrone sono i predicatori della paura e della menzogna.