Il governo Conte è il primo governo del nuovo centrodestra italiano. Un centro-destra che, più precisamente, occorre definire con il trattino.

La destra è chiaramente rappresentata, rivendicata orgogliosamente, da Matteo Salvini e, in parte, dall’astensione di Giorgia Meloni e dei suoi Fratelli d’Italia, residuo più coerente e diretto di quello che fu il Msi di Gianfranco Fini prima della svolta di Alleanza nazionale. Il centro, un centro “sui generis” perché non evidente, non rivendicato, anzi nascosto dietro la generica formula del “né di destra, né di sinistra”.

Ci era già capitato di definire il M5S come un partito – sì, ormai partito, la definizione di movimento o di nebulosa del web, dopo l’arrivo al governo, può essere compiutamente dismessa – “pigliatutti” il “catch all party” di Otto Kirchheimer.

Un partito trasversale, interclassista, con una predilezione per il ceto medio che ha sofferto la crisi, si è impoverito e oggi ha il maggior tasso di risentimento sociale, ma anche per una componente del lavoro dipendente, specialmente pubblico. Una geografia non troppo distante dalla base sociale che ha caratterizzato la vecchia Dc alla quale Luigi Di Maio è stato spesso accostato. La “balena gialla” del nostro tempo. Con caratteristiche di indignazione, di voglia di cambiamento che si mescolano, e la crisi più lunga della Repubblica lo ha dimostrato, a pulsioni istituzionali, appetiti di potere, disinvoltura nella gestione del dibattito interno.

Il M5S introduce nel programma di governo una componente rilevante delle sue rivendicazioni, in primo luogo il reddito di cittadinanza e non è un caso che Di Maio abbia scelto il dicastero da cui poter applicare quella misura che rappresenterà la sua bandiera, la medaglia da appuntarsi sul petto e da esibire alle prossime elezioni. Sempre che quel reddito sia introdotto realmente dovendo fare i conti con una compatibilità europeista che Sergio Mattarella è riuscito a tenere dentro la compagine di governo.

Il centro pentastellato si confronterà così con la destra di Salvini: xenofoba, nazionalista, sociale e liberale allo stesso tempo (quindi demagogica), venata da frequentazioni inquietanti come Marine Le Pen o Steve Bannon. Non più la destra di Umberto Bossi, razzista anch’essa ma più moderata, anche perché l’economia lo consentiva, erede anch’essa della Dc, che oggi invece si tramuta in un razzismo coerente, cattivo, spietato. Che trova consensi e al quale si può reagire solo rivendicando il primato della solidarietà tra gli umani come unica e sola ricetta per garantire la convivenza civile, il dispiegamento di diritti sociali reali contro lo strapotere di mercati e capitali. Le posizioni di Salvini incubano la guerra civile e lo scontro senza fine come la storia ha già dimostrato e come succede in ogni parte del mondo in cui le contraddizioni del pianeta – e le migrazioni rappresentano una contraddizione che riguarda tutti – vengono gestite con la soluzione consolatoria del primato nazionale scagliato contro il capro espiatorio di turno: i neri, gli arabi, i rom, qualche volta, ancora, gli ebrei. Un modo, in fondo, per comprimere i diritti di tutti.

Il nuovo centro-destra ha il trattino perché, a differenza di quello realizzato da Silvio Berlusconi, resta una linea di separazione tra il M5S e la Lega con buona pace di chi a sinistra non fa che urlare all’avanzata dei nuovi fascismi e vuole a tutti i costi cancellare qualsiasi soluzione di continuità tra un partito tra i più vecchi sulla scena politica, xenofobo appunto, corroso da rapporti plurimi con il potere berlusconiano, alfiere di un sovranismo senza alcuna prospettiva – davvero l’Italia da sola riuscirà a tenere la competizione globale? – e un neo-partito che incuba pulsioni ambientaliste, riferimenti sostanziali all’onestà, legami con domande genuine da parte di cittadini stanchi accanto a intrecci importanti con i vecchi poteri, gestito in forma non democratica – come è stato rimproverato dall’interno dei gruppi parlamentari a Di Maio – ma su cui si concentreranno ampie attese.

Un centro, nuovo, sui generis, da verificare, e una destra inquietante. Il nuovo centro-destra, nel momento in cui assume il governo del Paese spezza la contrapposizione, cara a Salvini, tra un “basso” e un “alto”, tra il popolo e l’establishment perché il governo di uno dei dieci paesi più importanti al mondo non può certo proporsi di rappresentare il “basso”. E se basso e alto diventano inservibili nell’analisi, la politica ripropone la contrapposizione più canonica della sinistra contrapposta alla destra. Il fatto che questa contrapposizione oggi sembri desueta non dipende dal fatto che sia superata, ma semplicemente dall’inesistenza di uno dei due corni, la sinistra. E, si badi bene, non è che la sinistra non esiste perché ha gruppi dirigenti “cattivi” che non mettono la testa a posto o non si rimettono insieme o smettono di litigare, ma perché il concetto astratto di sinistra deve tornare a incarnarsi nella realtà. Trovare i soggetti di riferimento, le idee chiave, le strategie di società, le tattiche politiche. Il campo di macerie che hanno lasciato trent’anni e oltre di errori, tradimenti, vere e proprie cialtronerie, ci lascia in questa situazione.

Trattandosi però di un centro-destra nuovo, che si incunea nel mondo che tradizionalmente si è rivolto alla sinistra, come ha giustamente osservato Susanna Camusso proprio sul Fatto, non sarà sufficiente contrastarlo con vecchi stilemi, riflessi condizionati o battute a effetto (che poi non fanno nessun effetto, qualcuno lo dica a Renzi). Occorrerà intelligenza, serietà nell’analisi, credibilità nell’azione. Non servirà a niente gridare all’allarme “sono fascisti” – per quanto ci saranno comportamenti inquietanti sul fronte dei migranti – non basterà fare riferimento astratto a valori di democrazia. La crisi del capitalismo globale – questa è la fase che viviamo – richiede un capovolgimento delle politiche pubbliche, uno spostamento drastico delle risorse tra chi si è arricchito e chi si è impoverito, dosi inedite di democrazia, anche diretta, forme nuove e radicali di solidarietà, altro che razzismo.

L’errore più grave dell’assurda proposta di Carlo Calenda per un “Fronte repubblicano” sta tutto nella parole “fronte”: il frontismo ha affossato la sinistra contro il centrodestra di Berlusconi, figuriamoci con il nuovo centro-destra.