A Bruxelles hanno poco da festeggiare. Sarà anche scampato il “pericolo” dell’arrivo al Tesoro dell’euroscettico Paolo Savona. Ma la prospettiva dell’incarico all’economista romano Giovanni Tria promette di aprire in Europa un nuovo fronte di battaglia fra le “cicale del Sud” e le “formiche del Nord”. Classe 1948, il futuro inquilino di via XX Settembre è un laureato in giurisprudenza che, per pensiero e scritti, è lontano anni luce da Pier Carlo Padoan.

E anche per simpatie politiche: estremamente critico con la Germania, Tria, docente di economia politica all’Università di Tor Vergata di Roma, è un uomo molto vicino al Pdl di Silvio Berlusconi che tempo fa gli affidò la guida della prestigiosa Scuola Superiore per la Pubblica amministrazione. “Tra lo stipendio dell’università di appartenenza e l’indennità Sna – il professore, storico consigliere dell’ex ministro Renato Brunetta – arriva a prendere 217.271 euro”, sintetizzò il quotidiano La Repubblica dell’11 ottobre 2015. All’epoca nel tempo libero poi, il futuro ministro dell’Economia si dilettava anche a scrivere sul Foglio di Giuliano Ferrara, oltre a pubblicare due libri con l’ex ministro forzista Brunetta. I temi forti? “Sicurezza, immigrazione e aiuti allo sviluppo”, a cura di Brunetta, Preto e Tria nella Rivista di Economia italiana numero 3 del 2004. O ancora “Il patto di stabilità e crescita: regole fiscali da cambiare” (questa volta solo in tandem con Brunetta) sempre nella Rivista di Economia Italiana, 2003.

Fra gli accademici l’ex presidente della Scuola Nazionale dell’amministrazione è noto per i suoi 35 anni spesi nell’analisi dell’economia dello sviluppo, cioè quella disciplina che analizza gli squilibri fra aree industrializzate e zone “arretrate” del mondo. Di qui una naturale predilezione per gli investimenti pubblici come volano per l’economia, posizione diametralmente opposta a quella di Padoan, più attento invece al rispetto dei vincoli di bilancio. Anche in situazioni critiche di Paesi come Etiopia e Eritrea che Tria conosce bene per essere stato consulente della Banca Mondiale fra il 1998 e il 2000.

Da editorialista, Tria non ha risparmiato critiche ad un’Europa troppo condizionata dalla Germania come risulta da un articolo a doppia firma Tria-Brunetta pubblicato sul Sole 24 Ore dell’8 marzo 2017. “Il surplus crescente dell’economia tedesca dimostra che l’espansione monetaria, senza una politica che aiuti la convergenza economica tra i vari Paesi, non fa che alimentare uno squilibrio che ci pone in conflitto anche con il resto del mondo – scrive Tria nell’articolo pubblicato dal giornale confindustriale -. L’Europa a trazione tedesca non ha volutamente colto, sbagliando, che l’eccesso di virtù (surplus delle “formiche”) produce più danni dell’eccesso di deficit (dei Paesi “cicala”). E le misure per fronteggiare la crisi che ne sono derivate non hanno fatto altro che peggiorare la situazione, piuttosto che risolverla”.

Per Tria, che ha fatto tutta la sua carriera a Tor Vergata, salvo qualche puntata all’estero nella fase iniziale, l’Europa va certamente cambiata, ma “non ha ragione chi invoca l’uscita dall’euro senza se e senza ma, ma non ha ragione neanche Mario Draghi, quando dice che «l’euro è irreversibile», se non chiarisce quali sono le condizioni e i tempi per le necessarie riforme per la sua sopravvivenza”, spiega sempre nell’articolo firmato con Brunetta. “Anche perché il maggior pericolo è l’implosione non l’exit. – aggiunge – Ragioniamo sulle proposte in campo e cerchiamo soluzioni condivise da tutti i paesi membri dell’Unione europea, per percorrerle insieme piuttosto che usare la logica “Brexit”, per cui quando l’Europa non conviene o non piace più la si abbandona”.

Nel pensiero di Tria, insomma, l’addio all’Unione è un’opzione concretamente realizzabile, ma sostanzialmente da non perseguire. Meglio invece che l’Italia si concentri su “cambiare insieme, come gioco strategico a somma positiva. E’ possibile e conviene. – conclude nell’articolo del Sole 24 Ore – Uscire da soli significa pagare solo costi senza benefici”. Chissà che cosa ne penseranno il commissario Gunther Oettinger e la cancelliera Angela Merkel che da sempre temono l’Italia possa diventare la portavoce di una sorta di alleanza delle dispendiose “cicale del Sud”. E cosa ne penseranno gli italiani. “Maledetto spread”, per dirla con il titolo di un libro di Brunetta.