Solo un vero interista poteva salvare questa Inter. E Walter Zenga incarna come pochi quei colori nerazzurri che ha indossato a lungo, al punto da vivere il suo personale “5 maggio” proprio mentre ne evitava un altro alla sua squadra del cuore. L’Uomo Ragno ha regalato all’Inter lo spareggio per la Champions League, costringendo al pareggio la Lazio col suo piccolo Crotone. Ma così rischia di diventare l’agnello sacrificale di questa incredibile lotta per non retrocedere, in cui tutto (classifica, scontri diretti, persino la differenza reti) pare condannare i calabresi, che dovranno fare punti a Napoli e sperare in un passo falso delle concorrenti.

Zenga ha sempre sognato di sedere sulla panchina di San Siro, e chissà che con la partita di domenica non riesca ad entrare anche da allenatore nella storia nerazzurra, a suo modo. Senza di lui, infatti, la stagione dell’Inter di Spalletti sarebbe già finita con l’ennesimo fallimento, ancor più clamoroso di quello degli scorsi anni in cui non c’era nulla da dire o da sperare. Invece quest’anno l’Inter si gioca la Champions, fondamentale per dare un senso al campionato e a tutto il progetto di Spalletti e Suning. Doveva battere in casa il Sassuolo già matematicamente salvo per arrivare allo “spareggio”, magari in goleada per garantirsi due risultati su tre all’Olimpico. Ma state tranquilli che se c’è una partita decisiva da vincere, l’Inter la perderà: è praticamente la legge di Murphy applicata al pallone. Ed è successo anche sabato sera, davanti a 70mila spettatori arrivati a San Siro come per una finale di Champions: lacrime in campo e sgomento sugli spalti, il tragico destino nerazzurro che ciclicamente si rimaterializza in sconfitte epiche e indimenticabili.

Solo che stavolta è arrivato Zenga, a fermare la Lazio e a ridare una seconda occasione (che quest’anno in realtà sarà forse la terza, o anche la quarta: tutte sprecate in precedenza) alla banda di Spalletti. L’ha fatto solo per il suo Crotone e per se stesso, da professionista serio, allenatore forse modesto ma che continua a crederci, a lottare da anni ogni settimana per conquistarsi il diritto a una panchina in Serie A che ad altri è stato concesso a cuor leggero. Non a lui, che ha dovuto fare una lunghissima gavetta in Romania e campionati minori, prima di avere una chance a Catania, ha sbagliato davvero solo a Palermo (con la Samp non l’hanno neanche fatto provare) e dopo altri anni di ostracismo ora si gioca tutto il suo futuro in Calabria. Ha lavorato bene, fatto intravedere anche bel calcio con una rosa limitata, ma rischia di retrocedere (anche per un paio di torti arbitrali clamorosi subiti nel corso della stagione) e di mettere forse una croce sulla sua carriera.

Per questo quella con la Lazio era davvero la partita della vita per lui e per il suo Crotone, che è arrivato a un passo dall’impresa e poi si è dovuto accontentare di un pareggio buono solo per i sogni degli altri. Ma forse è più romantico pensare che prima, durante e dopo i novanta minuti Zenga abbia pensato almeno per un secondo alla sua Inter, di cui conosce a memoria gioie e dolori, successi e soprattutto fallimenti. Il 2-2 non è servito a nulla al suo Crotone e magari non servirà neppure all’Inter: se domenica sera non vincerà all’Olimpico non andrà in Champions, probabilmente neanche se lo merita a differenza della Lazio che ha fatto una grande stagione e non ha raccolto il dovuto. Ma salvate l’Uomo Ragno. O se almeno Suning l’anno prossimo gli dia la panchina nerazzurra che ha sempre sognato. Chi la merita più di lui?

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