Papa Francesco giornalista? È l’intelligente provocazione di Gianpiero Gamaleri – preside della Facoltà di Scienze della comunicazione all’Università Telematica UniNettuno – e Fabrizio Noli – vaticanista del Giornale radio Rai. Nel loro simpatico e agile volumetto, intitolato proprio Papa Francesco giornalista (Elledici), i due autori rileggono i primi cinque anni di pontificato di Bergoglio alla luce dei suoi messaggi annuali per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Emerge così il volto di un magistero social incarnato nei gesti di un Pontefice che ama fare selfie coi pellegrini e utilizzare tutti i canali virtuali messi a disposizione dalle nuove tecnologie: da Twitter a Instagram dove ha letteralmente sbancato coi suoi numerosi milioni di follower.

“È irriguardoso o addirittura sbagliato – si domandano Gamaleri e Noli – attribuire a un Papa la qualifica di ‘giornalista’? Non nel senso professionale del termine, certo: Francesco ha una missione diversa e ben più ampia. Ma semplicemente per sottolineare la sua attitudine a comunicare con efficacia, magari creando ‘titoli’ capaci di fare invidia al direttore di un grande giornale. Crediamo che Papa Francesco abbia questa capacità e che riconoscergliela significhi capire meglio anche la sua azione teologica e pastorale, aperta verso tutti per farsi capire nel modo più diretto. Del resto questa attitudine è perfettamente corrispondente alla sua funzione di diffondere la ‘buona novella’”.

Per i due autori “che il Papa possa e in un certo modo debba essere anche giornalista è comprovato dal fatto che Cristo stesso è stato a sua volta ‘giornalista’. Per esempio coniando frasi che hanno ‘bucato’ i confini del tempo e dello spazio. Vengono subito alla mente alcune espressioni tanto profondamente penetrate nell’immaginario individuale e collettivo da non dover neppure essere completate perché la loro eco si è sedimentata nel profondo di noi: ‘Date a Cesare…’, oppure ‘Padre, perdona loro perché…’, oppure ancora ‘Chi è senza peccato…’. Richiamano alla mente per analogia i concerti negli stadi di quei grandi artisti molto popolari che sospendono le strofe delle loro canzone allungando il microfono verso il pubblico perché ne completi i versi: a riprova che sono entrati nel cuore degli spettatori”.

Il volume è impreziosito dai contributi di diversi esperti comunicatori e conoscitori del mondo ecclesiale che hanno riletto i cinque messaggi di Francesco per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che fu istituita dal Concilio ecumenico Vaticano II. Parole che chiedono di essere meditate con attenzione in un tempo in cui la Santa Sede si è imbarcata nella difficile opera di riforma dei media vaticani seppellendo il Pontificio consiglio per le comunicazioni sociali, anch’esso istituito per volontà dei padri conciliari, che è stato sostituito dalla Segreteria per la comunicazione.

Un organismo che attualmente è di fatto commissariato con la reggenza di monsignor Lucio Adrian Ruiz, numero due dell’ex prefetto del dicastero, monsignor Dario Edoardo Viganò. Quest’ultimo costretto alle dimissioni dopo aver taroccato una lettera di Benedetto XVI. Tra l’altro la gaffe mediatica, per usare un eufemismo, è avvenuta proprio nell’anno in cui Francesco ha scelto come tema della prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che si celebrerà il 13 maggio 2018, La verità vi farà liberi. Fake news e giornalismo di pace.

Una storia, quella della comunicazione vaticana, che ha un illustre predecessore in padre Riccardo Lombardi, zio dell’ex direttore della Sala stampa della Santa sede, padre Federico Lombardi, e come lui gesuita. Il suo più autorevole biografo, Giancarlo Zizola, lo ha definito “il microfono di Dio” per la sua straordinaria capacità comunicativa di annunciare il Vangelo a folle sterminate di persone adoperando in modo efficace e intelligenti i media della sua epoca. Recentemente il giornalista Raffaele Iaria ha dato alle stampe un interessante volume che ripercorre proprio l’esperienza di padre Lombardi e si intitola Verso un mondo migliore (Ancora).

Dalle pagine del libro emerge il ritratto autentico di un vero e proprio riformatore in campo ecclesiale e non solo che merita di essere riscoperto. “L’ultima sua intuizione profetica – scrive Iaria – è quella di una libera e aperta dinamica della Chiesa al servizio dell’umanità, in dialogo con tutti i credenti di tutte le religioni e con tutti gli uomini di buona volontà”. Una visione della Chiesa e del mondo tanto cara oggi a Papa Francesco.