“Conoscevo Mario Castiglioni da quarant’anni. Abbiamo fatto il corso per diventare guide alpine insieme. Era molto esperto”. Per Fabio Lenti, guida alpina e responsabile tecnico della XIX Delegazione Lariana di Soccorso Alpino, c’era una persona tutt’altro che impreparata alla guida del gruppo di scialpinisti che hanno passato la notte tra 29 e 30 aprile in una tormenta di neve vicino alla Pigna d’Arolla, lungo la Haute Route, un itinerario classico di più giorni che supera i 3mila metri tra Chamonix, ai piedi del Monte Bianco, e Zermatt, sotto il Cervino. Una notte da cui in cinque non sono usciti vivi, compreso Castiglioni e sua moglie Kalyna Damyanova. Altri due escursionisti sono morti in ospedale nei giorni successivi. Tommaso Piccioli, una delle persone sopravvissute, ha parlato di “una catena di errori”, lasciando intendere che ci siano state responsabilità della guida. Una versione che non convince Lenti: “Spesso capita che siano i clienti a fare più di una pressione per partire anche quando sarebbe meglio non farlo”.

Piccioli sostiene che fosse una gita da evitare, considerate le previsioni meteo in peggioramento.
Una guida alpina spiega sempre dove si va e quali rischi si corrono. Non dubito che anche Mario l’abbia fatto. Quando si esce dal rifugio, la decisione è di tutti. Non è raro che siano i clienti a fare pressione per partire anche se la guida lo sconsiglia. Pure a me è capitato. Per esempio una volta alla Capanna Margherita sul Monte Rosa c’erano condizioni meteo avverse per scendere e ho detto: “Ci fermiamo in rifugio e partiamo domattina”. Ma il mio cliente, un avvocato, ha iniziato a lamentarsi: “Domani ho udienza, dobbiamo partire subito”. Alla fine ho dovuto accontentarlo e, assumendomene il rischio, l’ho portato giù.

Da un lato le aspettative dei clienti, dall’altro i pericoli della montagna.
Con una guida alpina il rischio diminuisce, ma non va mai a zero. Può capitare che il cattivo tempo sia previsto per una certa ora, ma arrivi prima cogliendo il gruppo di sorpresa. Ricordo un intervento di soccorso fatto sette anni fa sulla Grignetta, nel lecchese. Il tempo avrebbe dovuto peggiorare dalle 11 in poi, ma la bufera è arrivata prima. Quella volta sono morti in tre.

Si sono persi più volte, ha raccontato il superstite.
Quando ti trovi nel whiteout, non vedi nulla. Nebbia, neve: davanti a te è tutto bianco. E tu non capisci nemmeno se stai andando in discesa o in salita. E anche senza whiteout, in montagna succede di perdersi. Il grande Riccardo Cassin mi ha raccontato di quando una volta si era perso dietro al Resegone, una montagna che non arriva ai 2mila metri e che lui conosceva benissimo. Ed era Riccardo Cassin.

Il cliente dice di aver dovuto usare il suo gps, perché la guida aveva un gps nel telefonino risultato “totalmente inefficace”.
Se a un certo punto hanno dovuto usare il suo gps, probabilmente è perché quelli degli altri si erano scaricati. Quando fa molto freddo un apparecchio elettronico si scarica in pochi minuti, sia che si tratti del telefonino, sia di un gps con una pila stilo. Proprio per questo il gps non è indispensabile e anzi può essere fuorviante perché dà l’illusione di avere uno strumento per cavarsela in ogni situazione. E invece in condizioni estreme di freddo sono più utili la bussola e la cartina su cui si è tracciata la rotta.

Il gruppo si è fermato in una sella. “Non ci si ferma nelle selle quando c’è il vento – ha detto la persona sopravvissuta -. Devi fermarti in un punto riparato e scavare un buco”.
La sella è una conca e quindi è un posto riparato. Quelli da evitare, perché più esposti al vento, sono i dossi. Probabilmente non sono riusciti a scavare buche in cui ripararsi perché erano sfiniti.

Era un tratto difficile quello dove sono rimasti bloccati?
Per affrontarlo bisogna essere buoni sciatori alpinisti, ma non è niente di estremo. Nell’itinerario complessivo da Chamonix a Zermatt ci sono tratti più difficili.

Nessun dubbio sull’esperienza di Castiglioni?
Ne aveva molta. Quando ti trovi in una bufera con un vento a quella velocità può capitare di non riuscire nemmeno più a ragionare. Va considerato anche l’effetto wind chill, cioè l’abbassamento della temperatura percepita rispetto a quella reale in presenza di vento. Ieri per esempio in cima all’Arolla c’erano – 8 gradi, che con il wind chill diventano – 15. Quando il vento ti gela il volto e la testa, non hai più lucidità. E anche se la guida avesse commesso qualche errore, è andata in cerca di aiuto ed è scivolata sacrificando la sua vita per cercare di salvare quella dei clienti.

Come si diventa guide alpine?
Prima si fa il corso per aspiranti guide. Per accedere c’è una selezione con prove pratiche e bisogna avere in curriculum almeno cinque anni di attività alpinistica di alto livello. Il corso è diviso in più moduli, come roccia, ghiaccio, alta montagna e scialpinismo. Bisogna passarli tutti. Dopo di che si può fare il corso per guide vere e proprie. Una volta diventati guide ci sono aggiornamenti e visite mediche periodiche.

Twitter: @gigi_gno