Se scrivete nel box della ricerca di Google «dovrei dire a», il completamento automatico vi suggerirà «mia madre che non sono più vergine?» perché migliaia di ragazze o ragazzi hanno digitato quella frase. Forse non l’avranno detto alla madre, ma l’hanno detto alla società di Mountain View, cioè potenzialmente a migliaia di altre aziende.

Inizia così il viaggio di FqMillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez, in “quello che internet sa di noi“, raccontato dal giornalista esperto di tecnologia Marco Romandini sul numero attualmente in edicola dedicato ai segreti. Proprio durante la realizzazione del lavoro, la cronaca ha confermato l’allarme con il caso Facebook-Cambridge Analytica (azienda di cui peraltro FqMillenniuM aveva già scritto in tempi non sospetti, leggi l’articolo integrale). Se Facebook sa come ci piace mostrarci agli altri, spiega il giornalista, Google conosce i nostri dubbi, segreti e peccati. Li sa anche meglio di noi perché Google ricorda.

Tutto regolare, nessun “furto di dati”, perché nei termini di contratto l’azienda chiarisce di raccogliere informazioni personali sui dispositivi, sulle parole cercate, sulle telefonate, sull’indirizzo IP, sulla posizione e di utilizzare dei robot per analizzare i contenuti delle email. Informazioni che possono essere cedute a terzi, governi compresi.

La mole di dati che internet (Google e Facebook su tutti, ma non solo) conosce su di noi va ben oltre quello che sottoscriviamo al momento di creare un account email o un profilo social, anche se spesso non ci pensiamo. Da quando ci svegliamo a quando andiamo a dormire, il nostro cellulare traccia dove viviamo, con chi mangiamo e con chi andiamo a letto, quanto tempo passiamo in un locale. Anche lasciandolo soltanto in tasca e senza mai accedere a Internet, il nostro telefono calcola infatti la posizione in base alla cella vicina. Queste informazioni possono essere preziose e rivelare molto di noi, come i semplici tabulati telefonici. E naturalmente il potere di chi li detiene aumenta con la possibilità di incrociare profili, email e numeri di telefono. Se Facebook ha comprato WhatsApp un motivo c’è.

I big data sono ampiamente utilizzati dalle forze dell’ordine e dagli apparati di sicurezza. E chi non ha nulla da nascondere né una vita tale da attirare l’interesse degli 007? Non è del tutto immune dal rischio, perché a volte, paradossalmente, bastano semplici azioni che facciamo per tutelare la nostra privacy a destare sospetto. Per esempio la statunitense Nsa controlla i telefonini usati per un po’ e poi disattivati, per quanto tempo sono stati lasciati così e dove. Se è successo nello stesso posto per lo stesso periodo di tempo vuol dire che c’è stato un incontro segreto. XKeyscore è invece un programma dell’agenzia che funziona come un motore di ricerca, e tra le diverse possibilità ha quella di ricercare tutti gli utenti che stanno usando una rete Vpn, cioè privata, in un dato Paese o zona. Poco importa se a voi sembra solo un modo per mantenere la riservatezza, l’intelligence potrebbe interpretarlo come un tentativo di sfuggirle.

E l’orientamento politico? Prima delle elezioni del 4 marzo vi sarà capitato di buttare l’occhio su alcuni quiz-gioco per capire quale partito si avvicina alla vostra visione. Ce n’erano diversi su Facebook e li trovavate anche su alcuni quotidiani online. Li avete fatti? Ecco, ora sanno anche cosa avete votato.

L’inchiesta completa su FqMillenniuM di aprile, in edicola