C’è un cambio della strategia italiana nel Mediterraneo centrale. Una svolta mai apertamente dichiarata, mai discussa a livello parlamentare, ma attuata sul campo dalla Marina Militare e dalla Guardia Costiera. Dopo la chiusura dell’operazione Mare nostrum, dopo l’intervento delle Ong nei salvataggi nel Mediterraneo centrale, il governo italiano sta preparando il campo all’intervento della Guardia costiera libica. Lo scrive, nero su bianco, lo stesso Comando generale delle Capitanerie di Porto, in un progetto finanziato dall’Unione europea – 1,8 milioni di euro di fondi erogati – che IlFattoQuotidiano.it ha consultato: “E’ chiaro che una Guardia costiera libica formata ed efficiente potrebbe essere utile per fermare il traffico di essere umani e l’immigrazione irregolare verso gli Stati membri dell’Unione europea”, si legge nella descrizione degli obiettivi dell’intervento.

L’azione principale prevista nel progetto riguarda la creazione di una zona di salvataggio per il Mediterraneo centrale sotto la competenza di Tripoli, passo necessario per affidare all’autorità libica il coordinamento delle operazioni in mare. Tecnicamente si chiama “regione Sar” (Search And Rescue, ricerca e salvataggio), ovvero lo specchio di mare per il quale uno Stato garantisce l’attività di recupero dei naufraghi. La Libia – sconvolta dalla guerra civile iniziata nel 2011, in parte controllata ancora oggi da milizie e bande irregolari – non ha mai dichiarato la propria competenza e quell’area di mare è sotto il controllo italiano, coordinato dal centro MRCC di Roma. La stessa IMO – l’organizzazione marittima internazionale – ha più volte confermato di non aver ricevuto alcuna comunicazione dalla autorità di Tripoli, dopo un primo tentativo, poi ritirato, dello scorso anno. L’attivazione della zona Sar libica trova tra l’altro la contrarietà delle parti sociali del mondo marittimo, come si legge in un verbale di una riunione di fine ottobre presso l’IMO sull’argomento.

L’altro lato della medaglia non appare nelle carte del progetto della Guardia costiera italiana. Le normative internazionali sui salvataggi, insieme alle norme che regolano lo status dei rifugiati, prevedono lo sbarco dei naufraghi in un “Place of safety”, ovvero un luogo sicuro (e non il porto più vicino). Per chi fugge dalle guerre africane attraversando il deserto libico, dopo aver vissuto le torture dei centri di detenzione – più volte documentate dalle Nazioni unite – gestiti dalle milizie o, a volte, dalle stesse autorità di Tripoli, l’approdo sicuro non può essere la Libia, soprattutto quando è potenzialmente riconoscibile lo status di rifugiato. In sostanza i profughi non possono essere respinti (principio del non refoulement, previsto dall’articolo 33 della Convenzione di Ginevra). E pochi dubbi ci sono sullo status di molti naufraghi che già da mesi la Guardia costiera libica – con il coordinamento ed il supporto logistico italiano – riporta a Tripoli. In uno degli ultimi bollettini dell’agenzia Onu per i rifugiati, ad esempio, si legge che la maggior parte delle persone sbarcate il 16 marzo scorso da una delle motovedette cedute dall’Italia ai libici sono somali. Ovvero migranti con il diritto alla protezione internazionale, che non possono ricevere in Libia, paese non firmatario della Convezione di Ginevra.

Il rimpatrio forzato dei migranti salvati in mare operato dalla Guardia costiera libica potrebbe diventare un problema serio per il governo italiano, già condannato nel 2011 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per respingimento. Il Gip di Catania nel decreto di convalida del sequestro della nave Open Arms – unità di salvataggio di una Ong spagnola che il 15 marzo si era rifiutata di consegnare i migranti ai libici – scrive che “il coordinamento (delle motovedette libiche, ndr) è sostanzialmente affidato alle forze della Marina Militare Italiana”. Il professor Fulvio Vassallo Paleologo, consulente della difesa della Open Arms, nella memoria difensiva annota poi come “è lo stesso Giudice delle indagini preliminari di Catania che, senza qualificarlo come tale, tratteggia i connotati di un respingimento collettivo effettuato su ordine delle autorità italiane, che avevano inizialmente assunto la responsabilità SAR”.

I naufraghi recuperati dai libici una volta tornati nel porto di Tripoli rischiano di diventare fantasmi. Non hanno notizie di quegli 89 rifugiati arrivati il 16 marzo i volontari e i cooperanti di una delle Ong italiane che operano nei principali campi di detenzione in Libia, il Cesvi, che ad una richiesta de IlFattoQuotidiano.it ha risposto di “non avere disponibilità di queste informazioni”. Così come non si hanno notizie su altri 90 naufraghi recuperati dalla Guardia costiera libica i primi di aprile – dopo aver imposto alla nave Aquarius della Ong Sos Méditerranée di non recuperare i migranti, salvo qualche donna incinta e qualche bambino – portati, secondo il Libyan Observer, nel campo Tajoura, uno dei centri di detenzione oggetto di un intervento della Cooperazione italiana. I corridoi umanitari attivati dalla Caritas, in coordinamento con il governo italiano, hanno permesso l’arrivo in Italia di due aerei fino ad oggi, per poco meno di 300 richiedenti asilo. Una piccolissima parte rispetto ai 51mila rifugiati attualmente registrati dall’UNHCR.

Il progetto della Guardia costiera italiana non affronta quello che avviene dopo il rientro a Tripoli dei naufraghi. Gli obiettivi sono esclusivamente operativi e puntano all’affidamento delle operazioni Sar ai libici: “Valutare l’attuale quadro legale marittimo, con particolare riferimento ai servizi Sar, valutare le necessità della Guardia costiera libica in termini di attrezzature e formazione, per stabilire un MRCC (centro di coordinamento dei salvataggi in mare, ndr) libico, per svolgere operazioni Sar i autonomia o in cooperazione con altre autorità MRCC europee o non europee”. Per raggiungere questi traguardi, le attività previste prevedono l’assistenza delle autorità libiche nelle procedure per dichiarare una propria zona Sar e la fornitura delle attrezzature per la creazione di una centrale operativa. Alla fine il beneficio per l’Italia e i paesi europei è chiaro e dichiarato: “Riduzione dei salvataggi direttamente gestiti dai paesi UE e dei relativi costi”. Cosa accadrà ai migranti? Questo il progetto non lo dice.