Se non fosse tragica, odiosa e insostenibile, la storia accaduta a Federico verrebbe bollata come solita espressione di “banalità del male”. Ancora una volta, infatti, Roma dimostra di essere intollerante, violenta e fascista. Ancora un atto di omofobia contro un ragazzo “colpevole” di non appartenere alla norma eterosessuale: norma che ha bisogno della violenza per poter affermare se stessa. E già questo ci fa capire quanto sia sbagliata quella pretesa di unicità che scomoda ambiti quali “natura” e “normalità”.

Piaccia o meno, l’omosessualità esiste. La vuole la natura, appunto, perché ci mette al mondo. Le persone Lgbti esistono e non sono un capriccio del momento. Siamo una manifestazione dell’essere. L’omosessualità non è deviazione culturale, nata da ideologie folli o cattive interpretazioni di libri sacri: gli stessi che hanno santificato eccidi e escogitato campi di sterminio e camere a gas. Questa specificità – violenta, rozza e contraria al concetto stesso di felicità – la lasciamo volentieri alle piazze che difendono le famiglie tradizionali e alle teste rasate. A queste persone va ricordata una cosa soltanto: la storia prosegue il suo corso ed essa ci prevede. Fine del discorso.

Proprio la storia, infatti, ce lo ricorda: l’omosessualità – ma il discorso si può estendere a tutte le sessualità non normative” – percorre non solo il “qui e ora”, ma anche i tempi e le epoche passate. Da Alessandro Magno a Giulio Cesare, fino ad arrivare ad Alan Turing, senza il quale non avremmo il computer. E con questo non voglio affermare che “omosessuale è meglio” – le graduatorie di accettabilità umana sono cosa da nazi-fascisti e sappiamo dove portano – ma che essere gay, lesbica, trans, ecc. non impedisce a chicchessia di essere persone degne, strutturate, importanti per la società e fondamentali per i destini ultimi dell’umanità intera. Se gli aggressori di Federico l’avessero appreso – magari a scuola, con buona pace di chi crede alla favola del “gender” – forse non sarebbero diventati i balordi che sono.

Eppure, nonostante tali evidenze siano quotidianità nei Paesi più civili del nostro, nel nostro Paese ci si prende ancora il lusso di scambiare i discorsi d’odio in opinioni – ricordate la legge contro l’omofobia, che voleva rendere legittime certe affermazioni contro la gay community a scuola, come in chiesa? – di scendere in piazza contro i diritti minimi (e ritorno ai fallimentari family day), di avere politici che si lanciano contro la dignità delle persone Lgbt (guardate i recenti proclami elettorali di Lega e Fratelli d’Italia) oppure producono imbarazzanti vuoti programmatici sulla questione dei diritti arcobaleno (grazie ancora, M5s). Se volete trovare le radici culturali dell’omofobia, dalle nostre parti, c’è l’imbarazzo della scelta insomma.

Sarà per tutte queste ragioni che quei quattro individui – teste rasate e croci celtiche incluse – hanno sentito il diritto di pestare a sangue un ragazzo che stava solo tornando a casa dopo una giornata di lavoro. Di minacciarlo di non dire niente, di non denunciare, altrimenti lo avrebbero cercato per dargli il resto. Di derubarlo. E di insultarlo, prima di andar via, perché il bottino raccolto non era all’altezza delle loro aspettative: «Guarda sti froci pezzenti» gli hanno detto «peggio degli zingari». Ricordate chi voleva andare nei campi rom, con la ruspa?

E sarà per l’esempio dato da chi (a livello alto) ci vuole relegare all’irrilevanza che il personale che doveva provvedere al primo soccorso in ambulanza ha consigliato alla vittima di non rivelare le vere ragioni dell’aggressione: «Mi ha detto che non avrebbe fatto alcuna differenza» ha dichiarato a Gaypost.it. Sarà per chi ancora ci percepisce con imbarazzo che il medico del pronto soccorso ha preferito affidare a una collega il caso di Federico: «Arrivato al pronto soccorso del Vannini, Federico chiede al medico di scrivere chiaramente nella cartella le ragioni dell’aggressione», ma «a quel punto il medico si è alzato, ha guardato l’altra dottoressa e le ha detto di prendermi in carico lei perché avrebbe gestito meglio il mio caso».

La storia accaduta a Federico, insomma, affonda le sue ragioni in un atteggiamento sociale ampio, che nasce ai piani alti della politica, non risparmia quei media che ci raccontano come macchiette di cui si può ridere, che trova terreno fertile nella diffidenza sociale e si concretizza nelle sue forme più estreme in violenza fisica. Sbaglieremmo, perciò, a credere che è solo un pestaggio di teste rasate, di gente che si è smarrita dal sentiero della civiltà. È proprio un problema di civiltà. Quella che manca nel nostro Paese. E che riguarda tutti e tutte noi.