In Italia è in corso una vera e propria guerra contro lavoratrici e lavoratori. E numerose sono le vittime. 153 dall’inizio dell’anno esclusi i cosiddetti incidenti in itinere. Le ultime due vittime a Crotone: un edile italiano, Giuseppe Greco, 41 anni e uno migrante, Chiriac Dragos Petru, 35 anni, a confermare che i tristi meccanismi dello sfruttamento e dell’annientamento dei lavoratori non operano discriminazioni razziali. Quelle stesse discriminazioni e quei discorsi razzisti che invece vengono sparsi a piene mani da coloro che perseguono consapevolmente la divisione e l’indebolimento della classe lavoratrice nell’interesse di quella padronale, come ad esempio Matteo Salvini.

Attribuire tali vittime al caso o alla fatalità sembra troppo ipocrita persino per una società come la nostra. Vero è che questa vera e propria strage costituisce il risultato quantomeno accettato con dolo eventuale da parte della classe dominante. Il risultato del mancato rispetto di elementari norme di sicurezza, dell’impiego di lavoratori precarizzati e quindi ricattabili che sono costretti a lavorare in condizioni pericolose, dell’invecchiamento della classe lavoratrice dovuto alla riforma Fornero e alle altre norme che hanno costantemente rinviato il momento della pensione per categorie sempre più ampie di lavoratrici e lavoratori, lasciando moltissime persone (i cosiddetti esodati) del tutto privi di copertura pensionistica. Un vero e proprio crimine rimasto del tutto impunito.

Il ministro del lavoro Poletti, fra una partita di calcetto e l’altra, ha convocato una riunione d’emergenza per rispondere alla strage, sommando così la beffa al danno. Che cosa potrà fare infatti questa riunione se non constatare che tutti gli ultimi governi, con il contributo determinante di Poletti e di coloro che l’hanno preceduto in quella carica e in altri scranni di rilievo, hanno fabbricato le condizioni atte a favorire il verificarsi della strage stessa, smantellando fra l’altro indispensabili controlli come quelli svolti dall’Ispettorato del lavoro?

Il risultato insomma della scelta consapevole e criminale di scaricare tutto il peso della crisi, che ha radici internazionali e interne, solo sulla classe lavoratrice, lasciando pressoché indisturbati i vari componenti della classe dominante che ha portato il nostro Paese nella palude attuale, a cominciare da mafiosi,corrotti, evasori fiscali e speculatori di vario genere, tutti degnamente rappresentati da tutti i governi che si sono alternati alla guida dell’Italia negli ultimi trenta e passa anni, nessuno escluso.

Enormi e decisive, come accennato, sono le responsabilità di questo governo e di quelli che lo hanno preceduto. Matteo Renzi e i suoi accoliti, fra i quali ovviamente anche Gentiloni, hanno infatti voluto applicare in modo coerente l’infame dottrina neoliberista secondo la quale eliminare i controlli fa bene all’economia. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’economia ancora boccheggia, il precariato dilaga, gli incidenti sul lavoro mietono ogni giorno nuove vittime.

Come scrive Marta Fana, nel prologo al suo ultimo interessante libro, “in Italia come nel resto d’Europa, la scelta dei governi è stata quella di avallare il progressivo smantellamento dei diritti in modo da restituire forza e dominio alle imprese, a discapito del progresso sociale, cioè del miglioramento delle condizioni di vita della maggioranza”.

Nel momento in cui si discute in modo bizantino e cifrato su di un nuovo possibile governo, tematiche del genere sono più che mai assenti dall’agenda politica. La classe lavoratrice che in grande maggioranza ha votato per i Cinquestelle (e per la Lega), meriterebbe ben altra attenzione. Ma pare scontato che le sue aspettative resteranno ancora una volta deluse. Infatti per affrontare problemi di questa dimensione e importanza ci vuole ben altro che l’immissione nei posti di comando (vero e presunto) di un personale politico apparentemente nuovo. Ben presto, si teme, le dichiarazioni sul ripristino dell’art. 18 e l’abolizione della legge Fornero lasceranno spazio alle consuete litanie dettate dai veri manovratori del nostro sempre più esile vascello. E gli operai continueranno a morire, vittime innocenti di una guerra non dichiarata ma infame. Unica soluzione possibile resta l’autoorganizzazione della classe e l’emersione di nuove forze politiche che sappiano porsi in modo serio e responsabile l’obiettivo indispensabile del cambiamento di sistema.