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Reportage: Quito, tra dorati splendori coloniali, colorati “presepi” di Lego e festose kermesse popolari.

Fondata dagli indios, conquistata dagli Incas, colonizzata dagli spagnoli che dal XVI secolo l'hanno impreziosita con chiese dorate, monasteri fastosi e palazzi, oggi la capitale del piccolo Ecuador è un prezioso scrigno di bellezze riconosciuto dall'Unesco. Ha i problemi di tutte le grandi città ma per "discuterne" si è inventata una specie di festa popolare in piazza.

Testo di Lucio Valetti, Foto di Sergio Pitamitz

 

All’improvviso capisci che sta succedendo qualcosa, qui nel pacioso, levigato, sontuoso, centro vecchio di Quito, Ecuador, tutto piazze lustre di antichi ciotoli e chiese dorate. E’ lunedi mattina. E capita ogni lunedì mattina, salvo uragani, temporali, terremoti, eventi poi non tanto rari, catastrofi politiche, anche queste non tante rare, e un breve periodo di ferie. La città vecchia piano piano si anima. C’è un’improvvisa agitazione tra una cattedrale e l’altra, nelle strade in discesa che vengono giù dai quartieri, ma qui i quartieri alti sono quelli meno ricchi, agitazione tutto intorno dove cominciano ad affollarsi bus venuti da fuori. Gruppi di ragazzi e ragazze, tutti vestiti uguali, che dovrebbero essere divise scolastiche a seconda dell’appartenenza a questo o quell’altro istituto come si usa da queste parti, in fila per due, ordinati e allegri. E poi plotoni di poliziotti in marcia, meno ordinati degli studenti sembra. Poi una banda musicale, con i musicisti infilati dentro i loro tromboni lucidi che li avvolgono e le loro divise. Poi quelli col vestito della festa, nero, camicia bianca, cravatta scura, qualche volta una fiore all’occhiello, perfino brillantina in testa sembrerebbe, ma non è vero, hanno semplicemente capelli perfetti da queste parti, neri e lucidi naturali. Come le facce lustre e allegre, perché la carnagione india ha un invidiabile color ambrato che cancella difetti.

Ci sono mamme colorate con i bambini dentro gli scialli sistemati abilmente sulle spalle, bambini più grandi che non hanno più bisogno degli scialli e sgambettano in giro come cavallette. Facce da impiegati, da contadini, le facce rugose dei montanari segnati dal freddo della Ande, facce da notabili, con meno rughe.
Piano piano si raccolgono tutti nella Plaza de la Independencia o plaza Grande, delimitata da transenne che faticano a contenere numero e veemenza e controllate da poliziotti in un inutile, ma doveroso assetto antisommossa. E quel poliziotto dall’aria severa, giovane e compreso nel suo ruolo, a reggere uno scudo di quelli che si vedono nelle manifestazioni di piazza con sopra scritto “Soy policia, y padre tambièn”, sono un poliziotto ma anche un padre, manifestate in pace. Geniale. Bisognerebbe stamparle anche sugli scudi antisommossa dei nostri poliziotti.
Bisogna trovare il posto migliore, magari sgomitando un po’, perché si possa vedere meglio lo spettacolo, la cerimonia, la festa. Che banalmente è il “Cambio de guardia”, insomma la più scontata delle cerimonie istituzionali che si svolgono a tutte le latitudini, davanti a tutti i palazzi dei re e dei presidenti. Roba da turisti. Da macchine fotografiche automatiche e telefonini branditi davanti agli occhi, da visitatori con zainetto d’ordinanza, che ci metteranno dentro?, e scaltri borseggiatori alle costole. Si fa dappertutto il cambio della guardia. Perfino a San Marino, forse. Generalmente snobbati dai locali, un po’. Quanti londinesi si affollano davanti al “Buck Palace” come chiamano la casa della regina a vedere sgambettare in parata le guardie in colbacco e qualche delegazione di beefeater? Per dire. O quanti danesi davanti al palazzo reale di Copenhagen, o quanti romani alla parata dei corazzieri, che ha certo un grande fascino, mentre io, che non sono di Roma, avrò un migliaio di foto? Fin da piccolo, fatte con l’automatica di allora. Viene il sospetto che i cambi della guardia siano fatte per i forestieri. Non qui, a Quito.

Questa non è semplicemente un cambio della guardia, è una magnifica, inaspettata, grandiosa kermesse popolare. Una festa. Un raduno. Non spunta nemmeno una capigliatura biondo-turista o castano-turista nella spianata di chiome nere, pochi telefonini branditi, perché non c’è bisogno di foto ricordo. I ragazzi che si erano visti trotterellare verso la piazza eccoli seduti alla base del palazzo presidenziale rivolti verso gli spettatori, protagonisti oggi di questo lunedì. Un gruppo di ragazze a destra, in uniforme colorata. Poi quella che sembra una delegazione di qualcosa, poi quelli che sembrano notabili perché hanno posti privilegiati, poi un gruppo con un cartello in mano che chiede qualcosa. Scritto in grande perchè quando il presidente si affaccerà insieme a qualche ministro al parapetto della terrazza all’ultimo piano del palazzo dovrà riuscire a leggere. Il Cambio de Guardia ha anche queste funzione decisiva, quella di far arrivare ai governanti le istanze della popolazione. In modo pacifico, quasi festoso, insomma senza dover ricorrere a dimostrazioni di piazza. Non è che non sia mai successo. Turbolento l’Ecuador lo è stato, problematico lo è ancora ma quel che si vede qui è confortante. Si viene qui a dire quel che non va nella città. O nel Paese. Dai piccoli problemi cittadini ai grandi problemi più generali. E il presidente ascolta, legge i cartelli, prende nota. Insomma una festa popolare e una manifestazione pacifica nello stesso tempo. Addirittura settimanale. Come se a Roma tutte le settimane ci fosse un appuntamento davanti al Quirinale per raccontare al presidente, in un’atmosfera pacifica, “parlandone”, quel che non va nel Paese. E poi comincia la parata delle guardie presidenziali in uniformi con tanti alamari dorati e cappelli che ricordano le nostre divise risorgimentali, perfette, i cavalli, la musica della banda dell’esercito, poi un’altra banda, passano anche due cani randagi, nessuno li scaccia, è un segno di civiltà, volendo. Poi sulla balaustra del palazzo appare il presidente, qualche ministro, una sfilza di notabili a occupare tutta la larghezza.


Il presidente dal 2017 si chiama Lenin Moreno, con un nome che dice qualcosa sulle sua provenienza culturale, il socialismo “oficialista” che “promette democrazia, cercherà di sradicare la povertà, promuovere il benessere sociale perfino sradicare la corruzione in quattro anni, il vero cancro del sistema politico ecuadoregno”. “Capita- mi racconta un sorridente signore dall’aria bonaria appoggiato, come me, alla transenna della piazza- che lassù sulla ringhiera alla parata dei governanti, magari un lunedì manchi qualcuno. Un ministro, un sottoministro. Poi si legge sul giornale che è stato arrestato”. Non so se quel lunedì c’erano tutti quelli che avrebbero dovuro esserci. L’America Latina non è un continente facile. E l’Ecuador condivide i problemi classici. Ha giacimenti di petrolio, di rame, è un grande esportatore di banane e cacao. Ha un’industria del turismo che sta crescendo in modo vistoso, anche se forse non controllato come dovrebbe, ma “fa fatica a distribuire in modo equo la ricchezza tra i 15 milioni di abitanti” è l’analisi sommaria del signore dall’aria bonaria. Lenin Moreno ha sostituito Rafael Correa che in due mandati presidenziali, dieci anni, aveva dovuto affrontare una crisi del settore agricolo, un paio di terremoti e la conseguente ricostruzione, il disagio diffuso per i tagli ad alcuni servizi sociali, “ma poteva andare peggio” si dice da queste parti. E si spera in Lenin che deve vedersela con un debito pubblico poderoso (comprato per lo più dalla Cina) e questo grave problema della corruzione.

Sono un po’ così i latini, hanno un senso creativo della politica e anche un senso dell’ottimismo che li fa sopravvivere. Basta guardare questo “Cambio de guardia” diventata davvero una “fiesta” che più che sorprendere quasi commuove. Tutti insieme qui perfino a ballare e cantare. Perché dopo la fase ufficiale, la parata delle guardie nelle magnifiche divise, i cavalli, la banda, la cerimonia vera e propria del cambio della guardia, cioè due militari che si urlano in faccia gli ordini e si scambiano le spade, o solo gli ordini, non si capisce, mentre sulla sommità del palazzo un paio di soldati issano la bandiera dell’Ecuador, dopo si balla. Balli e canti, di gruppi in costumi tradizionali sgargianti e svolazzanti. Ancora musica, ma non della banda, applausi, risa. Insomma i connotati di una festa. Certo non di una paludata cerimonia ufficiale. Ma i latini sono così. Quello che abbiamo voluto dire al presidente l’abbiamo detto, in positivo o in negativo, adesso non c’è altro da fare che rilassarsi un po’.
Poi i governanti si ritirano, i venditori di coca cola e gelati contano gli incassi, i gruppi di scolaresche risalgono sui pullman e qualcuna delle donne con i bambini avvolti negli scialli colorati sulla schiena torna a sistemarsi su un angolo di strada, recupera un sacco, espone cipolle, pomodori, piselli per un improvvisato mercatino urbano.

Abitano fuori Quito in qualche villaggio sulle prime falde delle Ande. Contadine, e i loro minuscoli mercati. Sarebbe vietato, ma i poliziotti tollerano. Non sempre si sta bene in campagna e l’inurbamento di masse di popolazione dalle campagne alla città è un fenomeno di questi anni. Così ti imbatti in micromercatini un po’ dappertutto. Certo fanno folclore con tutti quei colori addosso, ma dietro ci sono situazioni di disagio. Anche se un “cambio de guardia” come questo ti lascia una sensazione generale positiva. Insomma di ottimismo.
Certo non te l’aspettavi. Ma non ti aspetti neanche una città come questa. E’ lunga 50 chilometri e larga solo otto, insinuata dentro una vallata tra le Ande che in anni e secoli è stata ricoperta di cubetti di Lego colorati che sono case, che partono dal fondo valle e si arrampicano su, sulle falde del vulcano Pichincha, ancora orgogliosamente attivo con il suo bel pennacchio di fumo perenne, finchè si è potuto, cioè fino a che c’è ossigeno. Perché qui si parte da 2.800 metri e, volendo si passano, i 4000. Come si fa a rendersi conto di una città lunga da Milano a Bergano e larga solo la dimensione di un paesino della Brianza? Non ci capisci nulla. Fino a qualche anno fa l’impatto era violento e chiaro, la città ti arrivava letteralmente in faccia, perché non c’era l’aeroporto moderno ed efficiente costruito nel 2013 ma una vecchia pista a cui si arrivava attraverso un lungo, affascinante, inquietante sorvolo di tutta la città. Sembrava di sfiorare i tetti perché la pista era quasi in città, ad appena 8 chilometri dal centro. Vedevi scorrere i cubetti di Lego sotto le ali quasi da sfiorarli, migliaia di cubetti, a formare un tappeto irregolare, posato dall’alto su un territorio complesso, tutto una piega. Ci abita un milione e 600mila abitanti, e si aggiungono i circa 600 mila dell’area rurale. Di notte sembrava un immenso presepe “spalmato” sulle colline. Era considerato uno degli aeroporti più pericolosi del mondo. Funzionava dal 1960 e quella volta che ci sono atterrato non è successo nulla. Il nuovo è a 18 chilometri, ha l’aspetto di un aeroporto moderno, è tranquillo, ci sono i taxi ufficiali che ti aspettano fuori e tre compagnie di navette per la città. Qualche taxi abusivo. Come a Milano. Strade larghe, traffico ordinato fino all’arrivo del trambusto cittadino. Come a Milano. Poi ti ritrovi dentro questo centro storico che l’Unesco non ha potuto non inserire nei siti patrimonio dell’umanità. E’ il meglio conservato dell’America Latina, per dire, il più ricco, il più affascinante (anche se qualche “concorrente” se la prenderà). Probabilmente una situazione geograficamente e politicamente defilata di Quito e dell’Ecuador che non è tra i grandi Paesi sudamericani, ha portato monumenti e chiese fino a noi. Così possiamo guardare magnifiche opere d’arte e leggere l’arroganza spettacolare e sfacciata dei conquistadores di quei tempi drammatici. Quito era stata fondata dagli indios locali, i “quitus” appunto, poi era stata conquistata e gestita dagli Incas che ai tempi erano una potenza e ne avevano fatto un loro importante avamposto duemila chilometri lontano da Cuzco, costruendo persino una strada che collegava le due città. Andava tutto bene, poi erano arrivati gli spagnoli. Ma della vecchia Quito non trovano nulla perchè l’ultimo re inca aveva distrutto tutto. Sebastian de Belalcazar, ne conquista solo le ceneri. La ricostruiscono, rifondandola il 24 agosto 1534 dicono le cronache, chiamandola Santiago de Quito. Niente da fare, gli indios la distruggono. Gli spagnoli ci riprovano con un altro nome, San Francisco de Quito, 6 dicembre 1534, sulle falde del vulcano Chipincha.

La città è ancora lì e il nome ufficiale è lo stesso: San Francisco de Quito. Degli spagnoli l’Ecuador si libererà poi solo nel 1822. Mentre le armate spagnole accompagnate da quelle religiose nel nome di un dio strano che consentiva di “colonizzare” massacrando il massacrabile dappertutto nel continente, Quito proliferava. Arrivano i gesuiti, con tutto quel che ne consegue. Si costruiscono monasteri e chiese sfarzose, tappezzandole d’oro (vero) e di decori complicati, i notabili spagnoli si spartiscono un territorio fertile ricco di risorse e costruiscono ville nello stile del loro paese, grandi case, palazzi. C’è da restare sbalorditi visitando l’imponente, forse assurda, chiesa della Compagnia di Gesù con l’annesso collegio, una delle più importanti opere barocche del Sudamerica. O il convento dei Francescani anche questo con la solita chiesa dorata e una serie di sette chiostri. Molti edifici storici sono diventati alberghi come il Plaza Grande (Garcia Moreno N5-16 y Chile esq.) un magnifico albergo in pieno centro, l’ideale come base di partenza. Altri alberghi sono ricavati nelle residenze in stile spagnolo dei ricchi del tempo come il Patio Andaluz (Garcia Moreno N6-52 entre Olmedo e Mejia) stupendo esempio di architettura spagnola con un grande patio. Il centro storico suddiviso in circa 300 blocks, isolati, contiene 130 edifici storici censiti e catalogati, costituendo l’esempio più importante di architettura coloniale del secolo XVI e XVII. E’ la scuola barocca di Quito, un insieme di elementi spagnoli e italiani, moreschi e fiamminghi perfino con influssi dell’arte indigena precolombiana. Così si vaga, rigorosamente a piedi, dentro questa scenografia complicata inframezzata da piccoli parchi, giardini, angoli meno pomposi e popolari. Basta partire da Plaza Grande, che è sempre piena di gente, e muoversi a raggiera. C’è persino una pista ciclabile che attraversa il centro dal Parco La Carolina fino alla fine meridionale del centro. E se proprio si vuole uscire dal centro ci sono i bus della famosa Ecovia (un efficiente sistema di trasporto) o taxi che costano pochi dollari americani, perché il dollaro americano è la moneta ufficiale.

E poi c’è calle de la Ronda. Una specie di quartiere latino parigino. Niente chiese dorate ma botteghe di artigiani, artisti, qualche B&B. C’è uno che fa solo trottole di legno, un altro piccoli mobili complessi con dieci “segreti” e intarsi complicati tutti, un “pasticciere” che fa un solo tipo di caramelle con un metodo probabilmente usato dagli Incas, un negozio dove si vende solo miele, cose così. Da quelle parti c’è anche il mercato coperto, da vedere, e vicino alla Cattedrale un raffinato negozio di cappelli panama, sapete quelli di canapa (ma ti spiegano che in realtà i veri panama vengono da qui) con esemplari da migliaia di dollari. Si può perfino salire sulla cattedrale. Attraverso una porticina si accede ad un scalinata stretta come quelle dei castelli medievali, mille gradini, curve tortuose al buio. Passaggi impossibili e si arriva sul tetto. Irto di cupole. La città è tutta intorno. In basso, di lato, in alto, davanti, dietro. Si è come avvolti. In basso il centro storico, intorno le colline con il loro presepe di Lego spalmato su ogni piega. Ti vengono addosso. E Quito è riassunta in una sola visione.

Come arrivarci

Uno dei tour operator più accreditati per l’America Latina è “Tour 2000” (via Martiri della Resistenza 95-Ancona) che organizza viaggi sia individuali che di gruppo. Un esempio: 8 giorni 7 notti per vedere le bellezze dell’Ecuador e della sua capitale Quito 1.490 euro in gruppo. Contatti: www.tour2000.it; tel.071-2803752

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