Si mette male per gli amici del Fouquet’s, la stretta cerchia di industriali francesi vicini all’ex presidente Nicolas Sarkozy. L’inchiesta per i finanziamenti libici illeciti e le accuse di tentata corruzione dei giudici che indagavano sui flussi di denaro nella campagna presidenziale del 2007 gettano infatti un’ombra sull’intero sistema di relazioni che ruota attorno all’ex numero uno della République. E cioè su quel gruppo di amici che, dieci anni or sono, festeggiò l’elezione di Sarkò a presidente della Francia nel prestigioso locale degli Champs Elysées, il Fouquet’s. All’epoca dei fatti, la vicenda fece scalpore perché Sarkò si attorniò di un giro di industriali di primo piano che hanno avuto ed hanno ancora intensi legami con l’Italia. “Cinquantacinque invitati che dicono molto del sistema Sarkozy”, come commentò il sito Marianne2.fr parlando dell’entourage dell’ex presidente francese che nel suo passato da avvocato aveva anche difeso le ragioni della tv La Cinq ­di Silvio Berlusconi contro Jacques Chirac. Fra gli amici del Fouquet’s, oltre all’allora presidente delle Generali, ormai scomparso, Antoine Bernheim, il suo ex pupillo Vincent Bolloré, oggi inviso azionista di Telecom e di Mediaset, l’ad di France Télécom, Stephane Richard, l’ex numero uno di Veolia e Edf, Henri Proglio, e l’industriale della Difesa, Serge Dassault, proprietario del quotidiano Le Figaro e già socio delle Generali.

Da allora la stampa d’Oltralpe non ha mai perso di vista la stretta cerchia di amici presidenziali, ribattezzati “la banda del Fouquet’s” dal settimanale Le Point: “L’immagine, incrostata nell’inconscio collettivo, di un pugno di amici che festeggiarono la vittoria: non solamente quella di un uomo e di un programma, ma quella di una piccola casta di privilegiati che quella sera s’involò verso il mondo meraviglioso dei semidio della corte, protetta e favorita dal sistema di relazioni del monarca”, scrisse Le Point il 28 aprile 2011, quattro anni dopo l’ascesa all’Eliseo dell’uomo del partito di centrodestra Union pour le Mouvement Populaire (UMP). “Il Paloma, lo yacht di Vincent Bolloré su cui Nicolas Sarkozy è partito all’indomani della sua vittoria e il Fouquet’s sono diventati un tutt’uno nell’inconscio collettivo”, prosegue il giornale riportando un’analisi di Edouard Lecerf allora in forze alla società di ricerche Sofres. “Un fatto che entra in collisione con l’immagine di libertà e d’indipendenza che aveva offerto il candidato. Al momento della crisi – nell’anno successivo con l’inizio dei guai delle banche – questo sospetto di collusione si è cristallizzato”, continua Le Point.

Vincent Bolloré, oggi in guerra aperta con la Fininvest di Silvio Berlusconi e con l’establishment della Penisola, fu dunque sin da subito il primo degli amici dell’ex presidente a finire nel mirino dell’opinione pubblica. Lui che già in passato aveva conquistato la Banque Rivaud, uno dei più grandi simboli del colonialismo francese con le sue piantagioni. Ma soprattutto una nebulosa dietro cui si cela un’oscura storia di riciclaggio e di fondi neri della destra gaullista confluita nel partito conservatore Rassemblement Pour la République (RPR) e successivamente nell’Union pour le Mouvement Populaire (UMP). Il partito di Sarkozy. Inclusi i conti della campagna elettorale di Jacques Chirac, cui Sarkò strappò lo scettro della guida del partito. “Bollorè non ha di che lamentarsi – proseguiva Le Point – Anche se ufficialmente, l’Eliseo non ha giocato alcun ruolo nell’affare, il miliardario bretone ha ottenuto lo sfruttamento del porto di Conakry, in Guinea, il paradiso minerario. A marzo, due settimane prima una visita uffiale a Parigi, Alpha Condé, il primo presidente del Paese eletto democraticamente, ha firmato un decreto che accorda una concessione di 25 anni al suo gruppo.

D’altra parte, Bolloré è anche proprietario di Havas (gruppo pubblicitario, ndr). A questo titolo ha beneficiato di numerose campagne governative, soprattutto sulla riforma delle pensioni”. Non solo, secondo la stampa d’Oltralpe, l’Eliseo si sarebbe speso anche per sostenere altri progetti del raider bretone, molto vicino a Tarak Ben Ammar, il finanziere franco-tunisino a sua volta vicino ad Arcore oltre che all’Italia, recentemente finito nei guai in Francia per la bancarotta della sua casa cinematografica Quinta Communication. Per il Nouvel Obs del primo agosto 2011, “il tappeto rosso steso – dall’Eliseo – per ricevere il presidente boliviano Evo Morales”, sarebbe valso a Bolloré l’opportunità di trattare la questione dello “sfruttamento dei giacimenti di litio destinati ad alimentare le batterie delle sue vetture elettriche”.

Ma Bolloré non fu il solo a beneficiare della buona stella di Sarkozy. Fra gli amici del Fouquet c’era anche Stéphane Richard, ex promotore immobiliare, diventato direttore del gabinetto dell’allora ministro Christine Lagarde. Con il benestare dell’Eliseo, Richard conquistò la guida dell’ex monopolista francese Orange (France Télécom), ancora oggi controllato dallo Stato e più volte indicato come potenziale acquirente di Telecom Italia. E, fra mille capriole, ne ha mantenuto la direzione fino ad oggi nonostante il coinvolgimento nell’affare della bancarotta di Bernard Tapie con tanto di rinvio a giudizio in per “concorso in truffa” e “complicità nell’appropriazione indebita di fondi pubblici fra il 2007 e il 2009”, come ricorda il quotidiano Le Monde del 22 gennaio scorso.

Meno fortunato è stato invece l’ex ad di Veolia, Proglio, che Sarkò promosse ai vertici di Edf dopo lo schiaffo all’Enel di Fulvio Conti nel tentativo di conquista di Suez. Un voltafaccia che segnò una vera e propria svolta nella carriera del manager e che fu una pesante batosta per il governo di Silvio Berlusconi che aveva lasciato mano libera ai francesi su Edison. Del resto l’attenzione per l’energia è stata da sempre un pallino dell’era Sarkozy che guadagnò molto spazio per Total ai danni dell’Eni proprio da quella guerra contro Gheddafi. Come rivelò il quotidiano Liberation, Sarkò sostenne il fronte di liberazione nazionale libico, il Consiglio nazionale di transizione, che portò al defenestramento del Colonnello in “cambio del 35% del petrolio del Paese”. Ma prima, come sostengono i magistrati francesi, intascò le tangenti di Gheddafi per la sua campagna elettorale in un doppio gioco che la dice lunga su come una parte della politica francese quando di mezzo ci sono i soldi, l’industria nazionale e gli interessi del Paese. Con un sistema che rischia ora di mettere decisamente in imbarazzo e in forti difficoltà i vecchi amici del Fouquet’s.