di Roberto Iannuzzi*

L’ingresso del “falco” John Bolton nell’amministrazione Trump completa lo stravolgimento degli indirizzi di politica estera indicati dal presidente americano nel suo discorso di insediamento alla Casa bianca.

La sua nomina a consigliere per la Sicurezza nazionale al posto del generale H.R. McMaster, tuttavia, non è solo il risultato delle mutate predilezioni di Donald Trump e di una presidenza caotica che continua ad avvicendare uomini nei posti chiave dell’amministrazione. Essa è il sintomo di una crisi più grave e complessiva del sistema politico statunitense. Tale sistema da un lato vede vacillare sempre più distintamente il primato mondiale americano di fronte all’emergere di nuovi attori globali e al moltiplicarsi delle crisi internazionali, dall’altro rifiuta di scendere a patti con la nuova realtà ostinandosi a voler ristabilire questo primato attraverso un approccio sempre più muscolare, aggressivo e unilateralista.

Lo slogan trumpiano “America first” – nelle intenzioni iniziali del presidente – indicava la scelta di mettere al centro i problemi degli americani e l’economia, liberandosi degli eccessivi fardelli della tradizionale politica estera statunitense, considerata troppo interventista e pervasiva.

Dopo essersi insediato alla Casa bianca – pressato sul fronte interno dal cosiddetto “Russiagate” – Trump ha tuttavia incrementato le spese per la difesa, inviato più soldati in Afghanistan, dato carta bianca al Pentagono dallo Yemen alla Siria, decidendo infine di inviare missili anticarro al governo ucraino contro i separatisti del Donbass sostenuti da Mosca.

Se da un lato tali scelte sono il frutto della sua fascinazione per l’esercito e per i generali che ha posto in ruoli chiave dell’amministrazione, dall’altro esse sono conseguenza proprio delle enormi pressioni di un establishment che gli chiedeva un maggiore coinvolgimento sullo scacchiere internazionale.

Il fatto che questo maggiore coinvolgimento si traduca essenzialmente in un rinnovato impegno militare è conseguenza non solo delle inclinazioni di Trump ma di un processo decisionale che, a partire dall’11 settembre, ha concesso sempre più risorse alla difesa smantellando progressivamente il Dipartimento di Stato e il corpo diplomatico americano.

La nomina di John Bolton – controversa figura dell’amministrazione di George W. Bush dominata dai neocon, grande fautore della disastrosa invasione dell’Iraq nel 2003 e acerrimo nemico dell’Iran – fa seguito a quella di altri “falchi”: Mike Pompeo – direttore della Cia, che ha assunto la carica di segretario di Stato al posto di Rex Tillerson – e Gina Haspel, che ha sostituito Pompeo alla guida della Cia, prima donna a ricoprire tale ruolo.

Sebbene nessuna di queste figure appartenga in senso stretto all’area neoconservatrice, la loro ascesa giunge a coronamento di una progressiva scalata di figure neocon di secondo livello a posti di rilievo all’interno del Consiglio per la sicurezza nazionale e del Dipartimento di Stato.

Il nuovo assetto della presidenza Trump, pertanto, somiglia più all’amministrazione Bush Jr che non al modello isolazionista che alcuni immaginavano al momento dell’inaspettata vittoria elettorale del magnate americano. Si tratta di un’amministrazione che predilige un approccio bellicoso alle questioni internazionali e ha poco riguardo per la diplomazia, che ha inclinazioni marcatamente unilateraliste considerando spesso gli alleati come un fardello, che disprezza le istituzioni internazionali e crede nel potere degli Stati uniti di piegare i propri avversari essenzialmente tramite l’imposizione di ultimatum.

Ma, ancora una volta, queste tendenze trascendono il cerchio ristretto dell’amministrazione, essendo presenti in varia misura nei diversi apparati e ambienti politici di Washington. Basti pensare al radicamento degli atteggiamenti anti-iraniani, o all’intransigenza nei confronti della Russia, così comune in particolare fra i democratici. Questi ultimi hanno duramente rinfacciato a Trump la sua unica intuizione realmente positiva in politica estera – quella di aprire un dialogo con Mosca – accusandolo anzi di essere subalterno al presidente russo Vladimir Putin (se non addirittura colluso).

Il pericolo maggiore non è però che una presidenza così aggressiva lanci una guerra in grande stile entro pochi mesi, come alcuni hanno paventato. Contro una simile evenienza spingono sia la relativa riluttanza del Pentagono (paradossalmente l’elemento più “moderato” di questa amministrazione) sia la generale debolezza politica ed economica – oltre che militare – che caratterizza l’America attuale rispetto a quella di George W. Bush.

Il rischio è invece che gli indirizzi massimalisti della presente politica estera statunitense – affossamento dell’accordo nucleare con l’Iran, richiesta di una totale denuclearizzazione della Corea del Nord, inasprimento delle posizioni nei confronti di Russia e Cina – aggravino una situazione globale già molto tesa, accrescendo le probabilità di incidenti internazionali e nuovi conflitti per procura.

Washington potrebbe così cacciarsi in pericolose sabbie mobili per uscire dalle quali sarà costretta o a cedere nuovamente terreno, o a ricorrere all’uso diretto della forza americana con gli enormi rischi che ne conseguono.

*Autore del libro Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo (2017)