Indovinate chi ha scritto ciò che segue:

Non solo le migrazioni sono ormai considerate nella narrazione prevalente come un fenomeno epocale, ingigantito nelle sue dimensioni e nei suoi effetti; esse avvengono in un periodo di stagnazione e di crisi economica, produttiva e sociale.

Se, negli ultimi anni, la crisi economica e la perdita di credibilità di diversi attori politici hanno fatto diventare agli occhi di molte e di molti la tutela dei diritti un ‘passatempo’ troppo lontano dai bisogni della gente (quasi un tradimento rispetto alle ‘vere necessità’ dell’uomo comune), questo è vero ancora di più per tutte quelle azioni volte a promuovere i diritti e l’inclusione di coloro che sono percepiti o percepite come stranieri o straniere.

Difendere e promuovere i diritti delle minoranze viene letto come un tentativo di toglierne alla maggioranza, come se la politica fosse un gioco a somma zero, in cui o si vince o si perde tutto.

Questo non è vero: il primo messaggio che occorre mandare, con forza, è che sono le politiche discriminatorie a peggiorare la situazione di tutti e di tutte. Questo è vero in ogni campo, dall’istruzione all’accesso ai servizi alle politiche per il lavoro: togliere a un gruppo di persone significa metterla in concorrenza con le altre, portare tale gruppo ad accettare condizioni ‘al ribasso’ e, sul lungo periodo, diminuire i diritti di tutte e di tutti.

Per rafforzare questa narrazione è necessario lottare contro la visione che una società sia composta da agenti perennemente in competizione fra loro per garantirsi una posizione migliore, è necessario indebolire la cosiddetta storia unica, che (secondo la scrittrice nigeriana Chimamanda Adichie) esclude tutti e tutte coloro che in quella storia dominante non si rappresentano o non sono rappresentati e rappresentate.

Le ‘storie’ delle persone, delle famiglie, dei percorsi, al contrario, costituiscono il vero patrimonio di una comunità, perché è su di esse che si fonda – molto più che sulla storia ufficiale – il vivere insieme di un gruppo di persone.

Gli obiettivi generali di una strategia interculturale locale inclusiva devono essere quello di dare risalto alle varie voci della società, ricostruendo il senso di una comunità e promuovendo il dialogo fra culture nel quotidiano, avviando processi partecipati di ridefinizione di regole, doveri e comportamenti per la vita in comune.

Un approccio, quindi, ideale e pragmatico assieme, che tocchi nel concreto la vita delle persone dando risposta a insicurezze, smontando stereotipi, creando vicinanza.

Tutto questo può essere fatto solo grazie a un continuo dialogo, scambio, confronto, condivisione di progetti, idee e conoscenze fra tutti i soggetti – istituzionali, pubblici, privati, del terzo settore – che operano in quell’ambiente, in un’ottica di parità e di reciproco rispetto delle rispettive competenze.

Nel lavoro sulle politiche interculturali della città vanno quindi inclusi quei soggetti ‘terzi’ rispetto alle istituzioni o alle comunità, quelle realtà che lavorano per la tutela e il rispetto dei diritti umani, contro la discriminazione razzista, promuovendo il dialogo fra le parti della società.

Avete indovinato?

Il testo fa parte della impegnativa deliberaLinee guida per il coordinamento alle politiche per l’interculturalità e alla partecipazione“, testé varata dall’amministrazione comunale torinese guidata – come è noto – dal Movimento 5 stelle.

Mentre si segue il toto alleanze nazionale, mentre Salvini e Di Maio si telefonano, mentre il sindaco di Gallarate si vanta di mandar via i profughi, a Torino si vara un coordinamento degli uffici comunali intersettoriale per favorire politiche interculturali. È importante, frutto del lavoro dell’assessore Giusta e dei suoi colleghi.

Ma è alla prova dei fatti, dei conflitti e dei nodi che si misurano poi le intenzioni.

A Torino stessa, con la enorme patata bollente del Moi – l’ex Villaggio Olimpico occupato da anni da un migliaio di rifugiati quasi tutti africani – nonostante le pressioni di alcuni residenti e della destra per una soluzione militare, il Comune ha scelto (con la Curia, la Compagnia San Paolo, la Regione) una politica di dialogo e di costruzione di alternative per un trasferimento graduale.

Opposto lo scenario che si configura per il grande e storico mercato delle pulci, detto anche “del libero scambio” del Balon, accanto al centro cittadino. Una realtà di piccoli rigattieri, recuperatori, riciclatori, quasi tutti di origine straniera (prevalenza marocchina) o rom. Un pubblico eterogeneo, ma con una forte componente di migranti poveri.

La spontaneità del mercato è stata regolamentata e difesa dai primi anni Duemila dall’amministrazione Chiamparino. Ora però, dalle elezioni locali del 2016, il comitato “antisuq” ha conquistato non solo l’appoggio scontato delle varie destre ma anche quello della circoscrizione di quartiere e di altri esponenti del Pd.

La Giunta Appendino aveva difeso gli ambulanti del Balon ma ora su questo punto sta traballando. Valuta l’ipotesi di trasferire i venditori itineranti in una lontanissima area industriale, a costo di militarizzare per mesi la zona del Balon, dove gli ambulanti si ripresenterebbero come abusivi.

Nessuno lo ammette, ovviamente, ma le motivazioni del movimento NoSuq, a partire dal nome stesso, sono oggettivamente xenofobe.

Una Giunta che in una sua delibera scrive le frasi che abbiamo riportato, sarà coerente o caccerà dal centro il mercato delle pulci degli stranieri poveri?